Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Reich: dalla psicoanalisi all’analisi del carattere (Luciano Marchino)

13 settembre 2006

Quando Reich assunse la direzione del Seminario Psicoanalitico di Vienna nel 1924, l’impianto teorico della psicoanalisi si fondava sui pochi principi informatori introdotti da Freud e approfonditi dai suoi più stretti collaboratori come Abraham, Ferenczi e Rank: libera associazione, lettura e interpretazione del materiale inconscio, soprattutto di origine onirica, rapporto di transfert e presa di coscienza. Mancava però una visione unitaria in senso psicosomatico del paziente e del suo modo di affrontare la vita. La metodologia ancora in corso di perfezionamento aveva indotto lo stesso Freud a errori e sopravvalutazioni in seguito da lui stesso riconosciuti, come nel caso dei falsi ricordi delle pazienti isteriche, che lo indussero ad accreditare un’importanza eccessiva al fattore etiologico della seduzione da parte di un adulto nello sviluppo dell’isteria e, per estensione, della nevrosi . Il concetto di libido, d’altra parte, struttura portante dell’intera psicoanalisi, sembrava destinato a rimanere un’ipotesi necessaria, ma non dimostrabile. Infatti, nessuno degli analisti dell’epoca, che pure amavano richiamarsi a scienze meno imprecise quali la medicina e la biologia, sembrava interessato a una ricerca organica e naturalistica. La libido di Freud è quindi, nel 1924, un’ipotesi non falsificabile con gli strumenti della psicoanalisi, che su questa si basa, e non verificabile, se non attraverso la speculazione metafisica e metapsicologica.

La sua necessità per gli scopi della psicoanalisi ne fa quindi una presenza fantasmatica e inquietante, che rimanendo tale indurrà gli psicanalisti ad accettare un’altra ipotesi altrettanto fondata e gravida di conseguenze: l’ipotesi dell’istinto di morte. Wilhelm Reich, all’epoca ventisettenne, si pose all’opera per fornire la psicoanalisi e gli analisti, di cui curava la formazione, di un impianto teorico ben altrimenti rigoroso e di una precisione strumentale che consentisse a questa nuova disciplina di trovare una collocazione definitiva nell’ambito della scienza. Inizialmente la sua attenzione si localizzò sul transfert paziente-terapeuta. Qualcosa all’interno di questo rapporto sembrava costituire un impedimento insormontabile alla guarigione dei pazienti. Nonostante il processo psicoanalitico inducesse una più elevata consapevolezza e l’interpretazione del materiale inconscio sembrasse produrre svolte decisive nel decorso terapeutico, il risultato era più spesso una maggiore consapevolezza dei propri problemi, che non la loro risoluzione

Reich concentrò quindi la sua attenzione sulla relazione tra paziente e terapeuta e osservò che, al di là del pronunciamento verbale, alcuni pazienti, manifestamente corporativi, producevano in realtà una serie di comportamenti ostili: come arrivare in ritardo alle sedute, scuotere la testa in senso di diniego assicurando al tempo stesso di essere completamente d’accordo, o produrre materiali su misura, usando la propria conoscenza della psicoanalisi per difendersi. Contrariamente alla prassi, comune in quei tempi, di ignorare quest’insieme di indicazioni, Reich, infrangendo una consuetudine divenuta norma, vi localizzò i suoi studi.

Il concetto di carattere

Egli scoprì così che al di là dell’alleanza manifesta destinata a venire a capo del sintomo, qualcosa impediva al paziente e al terapeuta di instaurare un contatto reale, che permettesse loro di dirigersi verso il ritrovamento dell’equilibrio psicosomatico. Infatti, se il fine di ogni psicoterapia è quello di rimuovere i blocchi che ostacolano un perfetto contatto con la realtà e di aiutare il paziente a riconsiderare le errate relazioni causa-effetto e il proprio sistema cristallizzato di illusioni, non è questa, in verità, la motivazione che induce la maggior parte dei pazienti a entrare in terapia. il loro fine è piuttosto quello di eliminare o dominare il sintomo mantenendo al tempo stesso intatta la propria visione di sé e del mondo circostante: ciò che Reich definirà carattere.

La soddisfazione di tale richiesta, che oggi chiameremmo magica, parve possibile, prima dell’introduzione del concetto di carattere, proprio perché l’approccio psicoanalitico degli anni Venti centrava tutta l’attenzione sul sintomo, mirando alla sua eliminazione. Reich, al contrario, mantenne la propria concentrazione su quella sorta di sfida sotterranea che il paziente poneva in atto nei suoi confronti. Egli si sforzò di portare alla luce il conflitto occulto e di elaborarlo, affinché il paziente potesse essere completamente aperto verso di lui, e portare l’opposizione allo scoperto piuttosto che lasciarla prosperare, o languire, nella clandestinità. In tal modo, Reich infranse la tradizione psicoanalitica del suo tempo che voleva il terapeuta “quietamente al traino dell’autorealizzazione del paziente”.

Fu proprio la rottura con la tradizione e la scelta di un maggior interscambio coi paziente che lo guidò verso le sue scoperte più significative. Pur rimanendo un convinto utilizzatore del linguaggio verbale, egli prestò una crescente attenzione al linguaggio dei corpo. Notò che, ogniqualvolta un paziente usciva allo scoperto e si assumeva la responsabilità di atteggiamenti ostili, o più semplicemente accettava di essere realmente se stesso per una frazione di tempo, si verificavano significativi fenomeni fisici e mutamenti di atteggiamento: “tremolii, pallore, rossore, scoppi di pianto ed una marcata rinuncia ad ogni manierismo precedente”.
Se per esempio un paziente si era dimostrato eccessivamente sollecito nel compiacerlo e adularlo, poteva repentinamente smettere e chiudersi nel mutismo o semplicemente rinunciare per il futuro allo sbarramento difensivo dell’adulazione.

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