Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Psicologia somatica e buddismo (Luciano Marchino)

26 Maggio 2006

Cominciò a notare altri tipi di correlazione: ad esempio, alcuni pazienti che tendevano a rimuovere l’aggressività dal livello conscio, presentavano tipiche tensioni nelle spalle, nella mascella, e intorno agli occhi.

Cominciò allora a intervenire, in modo molto semplice, su queste configurazioni di significanti psicosomatici. Poiché era ancora uno psicoanalista di scuola freudiana, rispettosissimo del pensiero di Freud e fermamente determinato a portare avanti il discorso della psicoanalisi, la qualità dei suoi interventi, a quell’epoca, era estremamente semplice.  Reich entrò, per così dire “in punta di piedi”, nel reame dell’integrità olistica dell’individuo.  Per esempio, di fronte a un silenzio prolungato, suggeriva di fare qualche ampia respirazione: il risultato era talvolta del tutto sorprendente. Quello che succedeva nelle persone, era un vero e proprio salto di qualità; col linguaggio della fisica teorica potremmo dire un salto quantico. Da un discorso razionale e impersonale che magari si stava arenando, improvvisamente emergevano emozioni.  Alcuni scoppiavano a piangere, altri si arrabbiavano, altri ancora incominciavano a sentirsi pervasi da una serie di eventi che possono essere ricondotti a un improvviso squilibrio del sistema neurovegetativo, come aritmie cardiache o rossori o incontenibili tremori. Reich cominciò a creare delle mappe cercando di comprendere quali emozioni potessero essere connesse con specifiche tensioni.  Oggi tutto ciò può sembrare molto semplice, ma non era così ai tempi di Freud e questo anche in conseguenza delle particolari caratteristiche personali di Freud stesso.  Le caratteristiche individuali dei teorici giocano infatti, in modo affatto secondario, nello sviluppo delle teorie psicoanalitiche. L’impulsività di Reich lo portò a non poter tollerare di essere passivo: egli doveva mettersi di fronte al suo paziente, fronteggiarne le resistenze e le negatività.  Al contrario, Sigmund Freud era una persona estremamente timida, e si sentiva quindi molto più comodo sedendosi alle spalle del paziente.  Sappiamo molte cose sulla timidezza di Freud, ma forse non tutti sanno che per lunghi periodi egli ha sofferto di “agorafobia”.  Non poteva letteralmente uscire di casa o era costretto a muoversi in spazi estremamente limitati intorno all’isolato in cui viveva e aveva il suo studio.  L’unica volta che arrischiò un viaggio impegnativo (negli Stati Uniti) fu quella in cui ruppe il suo rapporto con Carl Jung, che doveva essere il suo delfino.  Questo deve indurci a non denigrare Freud, ma a relativizzarne la tecnica terapeutica.

Simmetrie
Anicca
tutto ciò che appare è impermanente, la materia si trasforma in energia e viceversa.
Pulsazione vitale
l’impermanenza di ogni stato dell’essereè ritmato dal perenne pulsare della vita (espansione e contrazione).
Kalapa
particelle subatomiche che appaiono e scompaiono in un’infinitesima parte di secondo.
Orgoni
particelle infinitesimali sempre al confine tra l’esistenza e l’inesistenza.
Attaccamento (sankhara)
il tentativo di trattenere il piacere dentro e la sofferenza fuori, cioè di opporsi ad Anicca, genera
Fissazioni (blocchi)
il tentativo di trattenere il piacere dentro e la sofferenza fuori, cioè di opporsi al fluire della vita, genera
Dukkha che significa sofferenza. Nevrosi che è sofferenza.

E qui cominciamo a introdurre un piccolo elemento Zen, una favola, che narra di un villaggio indiano in cui viveva un uomo molto vecchio e molto saggio.  Era un piccolo villaggio di gente povera e umile che non aveva studiato. Tutte le volte che queste persone avevano bisogno di un consiglio o di un suggerimento andavano dal vecchio saggio, e ogni volta il vecchio aveva la parola giusta, l’osservazione giusta, per metterli a loro agio e ridare loro fiducia nella vita.  Ma anche i vecchi saggi prima o poi muoiono; e il vecchio Joshua un giorno morì.  Gli abitanti del villaggio erano disperati e dicevano: “Chi ci aiuterà adesso? Chi avrà una parola per noi?”.  Con questo spirito si recarono in pellegrinaggio a visitare il corpo del vecchio che era stato composto nella sua stessa casa.  Erano desolati e non sapevano assolutamente come avrebbero potuto affrontare in futuro le difficoltà della vita.  Ma, a un tratto, il gatto nero del vecchio andò ad accocolarsi con un balzo sulle gambe del cadavere. Subito qualcuno ricordò che tutte le volte che il vecchio dava i suoi consigli lo faceva tenendo il gatto sulle ginocchia e accarezzandolo con la mano destra, e da quel giorno tutti quanti nel villaggio comprarono un gatto nero e lo tennero sulle ginocchia tutte le volte che avevano bisogno di un consiglio.

Questo è il problema: quando le persone fanno delle osservazioni in sé vere, ma parziali, pretendono poi di elevarle a soluzioni generali.  Probabilmente il gatto serviva a calmare il vecchio saggio, mentre questi rifletteva, e lo metteva in contatto con la propria animalità, e quindi con la sorgente animica del suo buonsenso, ma certo non era dal gatto che veniva la risposta. Un rischio di questo tipo spesso si corre quando i maestri viventi enunciano qualche teoria.  Un evento molto significativo si verificò in psicoanalisi quando Freud, in un saggio molto noto dal titolo Al di là del principio del piacere, descrisse il cosi detto istinto di morte. L’enunciato freudiano creò un dibattito molto serrato all’interno della psicoanalisi perché Freud portava in campo una entità nuova e minacciosa che sembrava, agli occhi suoi, essere addirittura più potente della pulsione di vita, di Eros.

Come poté accadere? A che cosa gli servì introdurre questo nuovo principio?  Dovete sapere che poche settimane prima di iniziare la stesura di questo famoso saggio, scrivendo alla sua allieva Lou Andre Salomé, che gli chiedeva quando la sua metapsicologia sarebbe stata sistematizzata in modo organico, Freud rispose che non ne aveva la più pallida idea perché non glielo permettevano la frammentarietà delle sue osservazioni e l’insufficienza dei dati a sua disposizione. Che cosa accadde nella vita di Freud nel 1919?  Successero tre cose.  Prima di tutto dobbiamo ricordare che quando gli analisti si trovavano di fronte al silenzio del paziente e l’analisi si arenava, veniva spesso utilizzato il concetto di transfert negativo. in altre parole il paziente si dimostrava ostile al terapeuta e succedeva talvolta che a una corretta interpretazione del sintomo i pazienti  rispondessero con totale indifferenza o, addirittura, con aggravamento del sintomo stesso.  Ebbene, Freud non riusciva a capire come questo fosse possibile, e ci si arrovellava.  Non aveva ancora nessuna consapevolezza dei concetti che sarebbero stati formulati a distanza di pochi anni da Reich: i concetti di carattere, di armatura e di blocco.
Gli altri due eventi si scatenarono all’improvviso nella sua vita: nell’arco di poche settimane, la sua figlia prediletta Sophie mori per una banalissima influenza e pochi giorni prima il suo mecenate, e intimo amico Anton Von Freund, che fu anche fondatore della casa editrice psicoanalitica, era deceduto nell’arco di poche settimane a causa di un tumore.  Freud riuscì a trovare l’impulso per superare il suo lutto personale generalizzandolo a destino della specie umana.  Non c’era dunque una pulsione di vita, ma piuttosto una pulsione di morte senz’altro più forte della prima.

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