Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Psicologia somatica e buddismo (Luciano Marchino)

26 Maggio 2006

Anche a questo Reich non poteva arrendersi.  Fu così che, attraverso le sue osservazioni sul corpo, riuscì a individuare il primo elemento che lo avvicina al Buddhismo: le tensioni psicosomatiche.  Chiunque conosca il Buddhismo sa che alla base del sansara, ciclo delle reincarnazioni, esistono i sankhara o agglomerati dello hara, il centro energetico del corpo.

Essi sono vere e proprie tensioni psicosomatiche, che prendono corpo, secondo l’ipotesi buddhista, tutte le volte che qualcuno è mosso dal desiderio. Reich scoprì, nel lavoro clinico, la stessa realtà; purtroppo egli ignorava il buddhismo, che nel 1920 in Europa non era molto noto.  Fece dunque queste osservazioni da solo, riuscendo a raccogliere singoli dati e ad associarli: una tensione agli occhi e una incapacità di piangere, una tensione alla bocca e un’incapacità di autoaffermarsi, una tensione alle spalle e una incapacità di protendersi, un blocco al bacino e una incapacità di avere relazioni sessuali, un blocco alla respirazione e una incapacità di vivere le proprie emozioni. Riuscì a individuare configurazioni cronicizzate di questi blocchi ed enunciò per la prima volta il concetto di carattere a livello scientifico. I concetti di carattere sono antichi, già nel medioevo si attribuiva ad Aristotele una fisiognomica ricca di osservazioni sulla relazione tra animo e corpo.

Ma qual’è la differenza tra le osservazioni di Reich e la visione fisiognomica? La fisiognomica tendeva a cristallizzare le persone in una tipologia della forma. Se hai il naso in questo modo e le orecchie in quest’altro, allora pensi in questo o in quest’altro modo.  Ciò che Reich fece fu totalmente diverso, anzi opposto.  Reich, medico e biologo, aveva una nozione piuttosto chiara del movimento abituale che una spalla può fare, o della mobilità abituale di una mascella, o del ritmo di respirazione normale; quando si trovava di fronte ad alterazioni di qualche funzione cercava semplicemente di mobilizzare quella zona del corpo.  La sorpresa fu che mobilizzando queste parti del corpo cominciarono a venire alla luce i significati repressi e rimossi dalla coscienza.  Chi pratica la meditazione buddhista sa che in certi momenti scorrono davanti a lui situazioni, stati d’animo, pensieri ed emozioni, che appartengono alla sua storia più o meno recente, ma che spesso sono dimenticati o ignorati.

Reich riuscì a individuare una tecnica che permetteva di mobilizzare volontariamente parti del corpo bloccate, senza fare ipotesi su che cosa avrebbe dovuto emergere, ma permettendo che a scoprirlo fosse il paziente stesso.

Questa, secondo me, è la differenza tra utilizzare un metodo euristico o ricorrere a conclusioni stereotipate e cristallizzate, desunte o saccheggiate dall’esperienza altrui.  In fisiognomica si diceva: “Questo signore ha il naso adunco: allora è un usuraio”; in bioenergetica si dice: “Questa persona ha la mascella bloccata proviamo a sbloccarla e vediamo cosa succede”.  La persona è libera di autorealizzarsi, non è bloccata e incatenata ad un preconcetto; le viene restituita la possibilità di scoprire chi sarebbe stata se non avesse dovuto creare quel tipo di blocco.  E arriviamo con questo ad un’altra singolare sovrapposizione tra i due sistemi, quello buddhista e quello reichiano. Da dove arrivano questi blocchi, perché una persona ha un blocco alla mascella o alle spalle ? Quello che ipotizziamo è che questo tipo di blocchi abbia a che fare con la nostra storia infantile e in alcuni casi, spesso i più gravi, con il periodo intrauterino.  Facciamo un esempio: quando un bambino è molto piccolo succede abbastanza spesso che pianga e invochi la mamma che si precipita immediatamente da lui.

Ma accanto alla madre c’è spesso un “buon consigliere”, che le spiega: “Vedi, se tu corri tutte le volte che il bambino piange, il bambino capirà che ti può avere tutte le volte che vuole e crescerà viziato all’inverosimile.  Se invece tu lo lasci piangere, la prima sera piangerà due ore, la seconda sera un po’ meno, dopo una settimana piangerà pochi minuti e poi si addormenterà”.  E’ vero.  Ma cosa deve fare il bambino per bloccare il pianto e soddisfare così il bisogno della madre?  Il bambino non piange perché è cattivo d’animo, o perché nel corso dell’evoluzione della specie è stato commesso un errore.  No, la specie non ha commesso errori; li commette il buon consigliere.  Quando piange, il bambino si protende con tutte le sue forze, diventa paonazzo, urla più che può, fino a quando esaurisce la sua energia e cade nel sonno.  Comincia a formarsi un piccolo concetto. il messaggio è: “Non puoi avere quello di cui hai bisogno tutte le volte che ne hai bisogno”.  Questo è senz’altro in armonia con il principio di realtà; però, insegnare il principio di realtà ad un bambino di poche settimane o di pochi mesi può essere un po’ prematuro.  Quello che succede la seconda sera è che di nuovo egli piange e si protende, ma dopo una settimana impara a fare una cosa nuova: impara a stringere il petto, contraendo i muscoli del torace, per non sentire il dolore dell’assenza della madre.  Le sue braccia, che naturalmente si protendono alla ricerca di lei, ricevono ogni volta meno energia, perché l’energia resta intrappolata nei blocchi, e, letteralmente “cadono”.  Nel linguaggio del corpo il bambino inascoltato sta affermando: “Mi cadono le braccia, non me la (le) sento più”. Questo bambino avrà la respirazione cronicamente contratta perché, se dopo una settimana riprendesse a piangere a pieni polmoni, sarebbe di nuovo ignorato, per “non viziarlo”.

Nel corso dell’evoluzione infantile esiste un periodo in cui il bambino vuole intensamente una certa cosa e, quando quel periodo passa, il bambino perde naturalmente ogni interesse.  Esiste un processo fisiologico di maturazione dell’organismo, ma spesso noi lo ignoriamo e interveniamo con un senso ben diverso da quello che la specie ha perfezionato attraverso molti milioni di anni di evoluzione.

lo penso che esista un rapporto naturale tra la mamma e il bambino e che i bambini a un certo punto non hanno più voglia dei genitori, ma hanno voglia di andare a giocare con gli altri bambini.  E’ vero che viviamo in condizioni molto alterate rispetto a quella che è stata la realtà della specie, fino a 50 o 100 anni fa.  Il bambino giocava nel cortile, era lì con dieci mamme contemporaneamente, insieme con tanti altri bambini, sotto gli occhi di tutti quanti; non era mai da solo.

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