Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Psicologia somatica e buddismo (Luciano Marchino)

26 Maggio 2006

Oggi i bambini tendono ad attaccarsi alla madre in modo eccessivo perché sono spesso soli in casa con lei o con un suo sostituto: ecco descritta un’origine verosimile e quanto mai attuale per uno dei capisaldi della filosofia buddhista, il problema dell’attaccamento. Il bambino ipotetico sopra descritto avrà le braccia svuotate di energia e un blocco cronico della respirazione.  Un bel po’ di sankhara per un organismo neonato!

Esistono altre fasi dello sviluppo, come la fase edipica, durante la quale il bambino aggredisce il genitore del suo stesso sesso perché pretende di avere libero accesso al genitore di sesso opposto: di possederlo. Esistono altre fasi in cui il bambino ha bisogno di autoaffermarsi e vuole opporsi al genitore. Se questo bisogno viene inibito in modo inadeguato, succede che il bambino non sarà più in grado di imporsi e non solo verso il genitore, ma in ogni aspetto della sua vita.  Sarà un adulto non più in grado di picchiare un pugno sul tavolo e di dire le proprie ragioni: questo è un problema.  E qui arriviamo a una importante somiglianza tra il discorso della psicologia somatica e quello buddhista, perché il buddhismo ha un concetto fondamentale: quello di karma.

Fondamentale concetto quello di karma! Il karma è un qualcosa che ci viene dalle vite precedenti e che ci determina, in questa vita, a essere in un certo modo e a fare certi tipi di esperienza.  Il buddhismo sostiene che una persona è in un certo modo perché ha accumulato karma nelle vite precedenti e adesso ha un debito karmico da estinguere.  Ma è importante ricordare che la base strutturale del karma sono le stesse tensioni psicosomatiche (nel buddhismo sankhara) che osservava Reich.  Come è possibile oggi rifarsi al concetto di vite precedenti? E’ più semplice ricorrere ad alcuni concetti che attualmente sono più accettabili dal punto di vista scientifico.

La psicoanalisi ad esempio ha dimostrato che la prima infanzia è una vera e propria vita precedente, è una vita preparatoria alla vita adulta, con regole diverse, con apprendimenti diversi, con un processo di crescita libidica dell’organismo che significa presa di coscienza del bambino con se stesso.  Non solo: tutti noi siamo cresciuti in un altro “pianeta” prima di venire alla luce; questo pianeta, guarda caso tondo, è l’utero della mamma. Che cosa succede nell’utero della mamma? Nel periodo intrauterino l’organismo umano si forma non solo strutturalmente, ma esperienzialmente. I bambini vivono esperienze quando sono nell’utero della madre: hanno esperienza dei suoi vissuti attraverso due tipi di sostanze, le droghe dello stato di allarme (adrenalina, noradrenalina) e le doghe dello stato di quiete (le endorfine); il bambino inoltre è sensibile ad altri fenomeni ad altri fenomeni come il rumore, la luce, la temperatura, e comincia a costruire una propria mappa della realtà.  S e a un forte rumore fa riscontro una scarica di adrenalina nel torrente sanguigno della madre costruirà probabilmente una reazione del tipo: rumore improvviso = adrenalina = pericolo. Se viceversa è in contatto col battito cardiaco di una madre calma ed appagata verrà inondato da endorfine e creerà una reazione del tipo: respiro profondo + battito regolare = endorfine = benessere.

Noi costruiamo così i concetti di bene e di male che poi andiamo vivendo attraverso astrazioni sempre più articolate e staccate dalla realtà immediata.  I concetti di bene e di male sono in origine biologici e si fondano sull’esperienza vissuta di ognuno di noi, ma poi li elaboriamo in astrazioni.  E alla fine di questo processo ciascuno ha un suo personale concetto di bene o di male fondato sulle sue uniche e irripetibili esperienze.  Tali esperienze prendono corpo assumendo le forme e i modi di armatura carattero muscolare, descritta per la prima volta da Reich, ma praticamente identica al karma che, se secondo la filosofia buddhista, continuiamo ad accumulare anche durante la vita presente.

Abbiamo anche un terzo importantissimo legame con la vita precedente. Perché esiste una trasmissione di caratteri ereditari attraverso il D.N.A che ci tramanda elementi conoscitivi e schemi di comportamento che si radicano all’origine della specie, milioni di anni or sono.  Questo tipo di messaggi, queste autentiche memorie di vite precedenti, arrivano fino a noi, e sono comuni all’intero genere umano. E’ mia opinione che a livello del DNA si fissino proprio le sequenze più significative e i modelli più promettenti e quindi vincenti, che sottostanno all’intero sviluppo del genere umano, al suo intero e largamente condiviso patrimonio esperienziale.

Credo che proprio questa fu la realtà osservata da Carl Gustav Jung, quando cominciò a notare nei suoi pazienti l’emergere di modelli di comportamento e di esperienza psichica, così precisamente definiti da essere facilmente ricollegabili a precise figure mitologiche.  Nei sogni dei suoi pazienti e in particolare dei bambini, gli era facile rilevare elementi non riconducibili alla loro esperienza vissuta.  E’ francamente interessante considerare le precise parole di Jung:

“Come il corpo umano costituisce un complesso museo di organi, ciascuno dei quali possiede una lunga storia evolutiva dietro di sé, così dobbiamo prevedere che la mente sia organizzata in modo simile. Essa deve essere un prodotto storico alla stessa stregua del corpo in cui si trova ad esistere. Per ‘storia’ non intendo il fatto che la mente si venga sviluppando da sola attraverso riferimenti coscienti al passato tramite il linguaggio e altre tradizioni culturali.  Io mi riferisco bensì allo sviluppo biologico, preistorico e inconscio della mente nell’uomo arcaico, la cui psiche era altrettanto chi sa di quella dell’animale. “

E’ d’altra parte sorprendente come il suo pensiero si dimostri complementare e simmetrico rispetto a quello di Wilhelm Reich quasi che i due si fossero divisi a metà lo studio degli esseri umani senza peraltro mai perderne di vista la completezza.  Reich si localizzò principalmente sugli aspetti somatici e biologici individuando gli elementi fondanti della matrice psico comportamentale dominante che denominò armatura caratteriale. Jung centrò le sue osservazioni con grande rigore sulle concomitanti rappresentazioni simboliche, riconducendole a matrici innate che definì arcbetipi. Sentiamo in proposito come egli risponde ai suoi critici sottolineando il concetto di archetipo e poi differenziandolo da quello di simbolo.

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