Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Psicologia somatica e buddismo (Luciano Marchino)

26 Maggio 2006

“Il termine ‘arcbetipo’ è spesso frainteso in quanto viene identificato con certe definite immagini o con precisi motivi mitologici.  Questi, in realtà, non sono altro che rappresentazioni consce; sarebbe assurdo pensare che tali rappresentazioni variabili fossero ereditarie. L’archetipo è invece la tendenza a formare singole rappresentazioni di uno stesso motivo che, pur nelle loro variazioni individuali an che sensibili, continuano a derivare dal medesimo modello fondamentale. “

Analogamente a quanto fece Reich, differenziando il contenuto del sintomo dalla sua matrice caratteriale fondamentale, Jung differenziava lo specifico contenuto simbolico dalla sua matrice archetipica fondamentale. Inoltre, accomunando e differenziando archetipi e tendenze istintive scrisse:

“Essi, in realtà, sono tendenze istintive altrettanto marcate quanto lo è l’impulso degli uccelli a costruire il nido o quello delle formiche a dar vita a colonie organizzate.

A questo punto è necessario chiarire la relazione fra istinti e archetipi. Quelli che noi chiamiamo propriamente istinti sono costituiti da stimoli fisiologici e risultano percepibili dai sensi.  Essi però si manifestano  contemporaneamente anche in veste di fantasie e spesso rivelano la loro presenza solo per mezzo di immagini simboliche. Queste manifestazioni sono ciò che chiamiamo archetipi.”

Le osservazioni di Jung sono oggi ampiamente, anche se indirettamente, consonanti con l’imponente mole di ricerche sull’animale di scuola etologica e cognitivista. Centinaia di studi dimostrano quelli che potremmo definire “istinti appresi”, cioè attitudini assolutamente estranee all’animale capostipite che si trasmettono e si rafforzano di generazione in generazione.

Un esempio, tra i mille possibili, è quello dello sviluppo, nel ratto da esperimento, della capacità di percorrere rapidamente il labirinto che lo separa da una ricompensa, cibo o acqua.  Se prendiamo due fratelli A e B provenienti da un ceppo che non abbia avuto alcuna esperienza di labirinti e addestriamo il ratto A e i suoi discendenti a percorrere labirinti, mentre manteniamo il ratto B e i suoi discendenti nell’impossibilità di un tale addestramento, dopo un certo numero di generazioni avremo una differenza comportamentale netta tra i ratti A e B. I primi saranno in grado di percorrere speditamente i labirinti sin dalla prima prova, i secondi saranno naturalmente spaesati di fronte al medesimo cimento.

Dobbiamo concludere che i ratti A e i ratti B forniscono prestazioni diverse sul piano comportamentale, perché fruiscono di una diversa capacità di rappresentazione “simbolica” dei labirinti? O che dispongono comunque di precursori della funzione simbolica che possono essere trasmessi al di fuori dell’apprendimento immediato?  Possiamo forse intravedere un ponte tra funzioni corporee organizzate, arcbetipi e funzioni cognitive. Un’affermazione di questo tenore sembra prematura nella cultura di oggi, quasi temeraria.  Lasciamo dunque al domani e al paziente lavoro dei ricercatori il compito di rispondere.

Ritornando all’oggetto centrale di questo mio intervento, abbiamo concluso per ora l’escursus delle principali acquisizioni cliniche e scientifiche (vita intrauterina, prima infanzia, e vite precedenti trasmesse attraverso la memoria genetica), che ci autorizzano a ritenere potenzialmente superfluo, ma non per questo falso, il concetto mistico di vite precedenti, che ci perviene dal buddhismo e su cui si fonda uno dei cardini del pensiero asiatico e del pensiero buddhista in particolare: il concetto di karma.

Cionondimeno rileviamo una significativa simmetria tra tale concetto e quello espresso da Wilhelm Reich col termine armatura caratteriale, rinforzato e completato dagli studi di Carl Jung, dei genetisti, dei biologi e degli psicologi sperimentali, preceduto dalle meno sistematiche osservazioni di Charles Darwin e di Sigmund Freud.

Mi pare quindi di poter concludere che, alla luce delle moderne teorie biopsicologiche, è quantomeno lecito postulare che, se studiosi e ricercatori spirituali tanto diversi tra loro per metodi, per intenti, per epoche storiche, per aree geografiche e per contesti culturali in cui si sono evolute le loro ricerche, giungono ad individuare fenomeni tanto strettamente correlati da poter convergere facilmente e spontaneamente attorno ai poli attrattivi forniti dai concetti chiave di karma e di armatura caratteriale, è doveroso da parte nostra prendere tali concetti nella massima considerazione e porli al centro dei nostri studi futuri.

È precisamente questo che la psicologia somatica si propone.

Meditazione Vipassana Psicologia Somatica
Fini
Mostrare veramente come stanno le cose e liberare i discepoli dall’attaccamento per ciò che non esiste. conoscersi a fondo e liberare i pazienti dalle fissazioni, da una visione cristallizzata della realtà che non esiste più, o non è mai esistita.
Mezzi
Osservazione impavida e distaccata di sensazioni, emozioni e memorie
contatto con il proprio corpo attraverso l’immobilità
osservazione impavida e partecipata di sensazioni, emozioni e memorie
contatto con il proprio corpo attraverso il movimento e l’immobilità
Conclusione
Essere realmente in contatto con il proprio corpo è esattamente lo stesso che essere in contatto con l’universo e con la sua perenne pulsazione,
svanisce l’illusione di un io separato sostenuta dall’ignoranza
ciò significa che si è in contatto con la verità e la saggezza cioè si è illuminati.
svanisce l’illusione di un falso sé sorretta dall’armatura carattero muscolare
si è in contatto con la propria verità e con la saggezza del proprio corpo, si èin un processo di costante  autorealizzazione e ci si sente vivi e attivi.

Massimo Marietti con tocco lucido e delicato ha districato alcuni passaggi, migliorandone sensibilmente l’efficacia.
Giusy Cornici ha pazientemente e abilmente trascritto il testo dalla registrazione originale.

Copy by Anima e Corpo 1996

Lao-Tzu disse:
Quando le montagne producono oro e le pietre
producono giada, vengono smantellate.

Quando gli alberi danno riparo agli insetti,
vengono divorati.

Quando gli uomini fanno le cose per non essere
da meno, finiscono per cadere e per perdere
se stessi.

Il fatto è che gli uomini che amano fare le cose
Per non essere da meno sono sempre condizionati
da esse; coloro che competono per il profitto
inevitabilmente si esauriscono;

Quando un buon nuotatore affoga e un buon
cavaliere cade, in entrambi i casi si sono
danneggiati con ciò che amavano fare.

Ottenere qualcosa è questione di tempo,
non di competizione; l’ordine è nella Vita,
non in chi comanda.

La terra sta sotto e non lotta per rialzarsi,
così è sicura e non corre pericoli.
L’acqua scorre verso il basso e non lotta
per essere veloce, così non è lenta.

Quindi i saggi non si afferrano a nulla
e non perdono nulla; non forzano nulla,
e così non falliscono mai.

Thomas Cleary ” Il libro degli insegnamenti di Lao-Tzu

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