Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
Collegati

Il vuoto tra natura e cultura - spigolature e riflessioni

26 marzo 2007

Nota: non so chi sia l’autore di questo articolo. Se qualcuno ne venisse a conoscenza, abbia la gentilezza di comunicarmelo.

“Tutto ciò che vedi ha le sue radici nel mondo invisibile. Le forme possono cambiare, eppure l’essenza rimane la stessa. Ogni visione svanirà, ogni dolce parola sbiadirà, ma non essere scoraggiato. La sorgente da dove proviene è eterna, in continua crescita, si estende ovunque, concedendo nuova vita e nuova gioia, Perchè piangi? La sorgente è dentro di te e questo intero mondo ne zampilla fuori” (Jelauddin Rumi)

Vorrei trarre alcuni spunti dall’argomento “vuoto” di aspetto più filosofico ed epistemologico, poichè io sono convinta che, nell’affrontare i disagi umani collegati alle cosiddette “patologie del vuoto” sia necessario osservare in posizione meta il senso delle affermazioni. Infatti, si può parlare di “vuoti di struttura psicofisica”, di “vuoti affettivi”, di “vuoti di individuazione e/o identificazione” (alienazione), di “vuoti di significato” (anomia) e via di seguito. Anche in letteratura e in filosofia in tempi recenti da Nietzche a Sartre a Marcuse fino ad oggi, molto è stato già detto. Ed oggi in questo convegno se ne tratta ampiamente.

Accenno qui, come promemoria, a proposito di flussi energetici, di vuoti e di pieni, quei sistemi quali la medicina Ayurvedica e la Medicina Tradizionale Cinese, che, in sintonia con quanto detto, considerano gli organismi viventi come sistemi energetici: così come anche W. Reich ha scoperto, questi antichissimi e attualissimi sistemi considerano come base delle “patologie”, proprio quelle disfunzioni energetiche che derivano da squilibrio di pieno e di vuoto (e che quindi vanno riequilibrati nei flussi), sia tra organi a sia tra centri e condotti sottili (marma, nadi, chakra, meridiani).

Nel linguaggio post-reichiano le disfunzioni energetiche si manifestano in livelli e strutture corporee in “ipoorgonia” (vuoto) ed in “iperorgonia” (pieno); sono correlati a conseguenti tratti caratteriali tipizzati da pieni e da vuoti di livello, collegati alle fasi del vissuto e ad eccesi e difetti di campi in-formativi (Campi della madre, del padre, della famiglia e così via in sequenza); volendo possono essere ricondotti ad una maggiore funzionalità attraverso trainings appropriati.

Quello che voglio suggerire invece è una variazione di prospettiva e quindi di paradigma, che ci permetta di comprendere come il senso del “vuoto” sia un elemento radicato nelle coscienze in modo diverso a seconda della cultura. Il filo conduttore è un’epistemologia dinamica, che prevede il concetto di co-evoluzione tra natura e cultura, tra biosfera e noosfera.

E voglio anche ricordare che quando facciamo una traduzione da natura a cultura, dal territorio alla sua elaborazione/interpretazione/mappa esiste sempre una perdita di informazione che pare restringerne la reale portata, a meno che non sia musica o poesia.

“Per fortuna tu sei “vuota”, altrimenti non potresti comunicare con tutto il resto del mondo”

Questa è stata la risposta sibillina di Alan Wallace (fisico e maestro di Dharma) alla mia domanda su cosa pensasse di “vuoto e patologie”, durante un ritiro di Shuniatha (pratica buddhista per affinare la mente allo yoga del sogno, o sogno lucido) . mi riferivo ad un “mentale” troppo pieno di tutto di più” per poter entrare nel silenzio della coscienza.

Il termine vuoto richiama accezioni a volte non chiare e sicuramente non uniformi: se esistono vuoti di struttura a livello energetico e di maturazione psicologica e corrispondenti vuoti di funzioni nella vita affettiva e di relazione, vi sono anche particolari vuoti culturali, la dove un tipo di civiltà basata sul potere e sul consumo, prevarica ed estingue altre culture.

Mi viene alla memoria un vecchio studio di Giorgio Costanzo sulle “favelas” venezuelane in cui si mostrava come gli indios avessero ormai totalmente perduto le loro tradizioni mentre avevano potuto acquisire ben poco di quelle occidentali, in un processo di “rudimentazione delle facoltà intellettive” (”Il cervello povero”).

Ebbene, anche da noi, oggi si assiste in parecchi gruppi, non soltanto marginali, a questa sorta di perdita in cultura e in valore, in modo sempre più ampio e preoccupante, in cui il troppo-pieno-di-tutto-di-più sostituisce gli ampi spazi della coscienza e perchè no, della contemplazione, funzione preziosa in tutte le culture.

“E’ necessario vuotare la tazza, prima di versare altro tè” diceva il maestro zen al professore !

Sapete che in una regione africana, alcuni contadini rifiutarono (saggiamente, dico io) la mucca in più offerta dallo stato perchè altrimenti non avrebbero avuto il tempo per ammirare il tramonto?!

Ma. la Vita stessa è saggia e tra le pieghe germogliano altri semi!.

Semi che, da un lato, derivano dalle vie sapienziali orientali, come se un “vuoto” spirituale attraesse un “pieno” da altre fonti, dall’altro spuntano proprio nel cuore delle scienze “nostrane” giustificando con teorie ed ipotesi proprio questa saggezza (”Verso una nuova saggezza”, Fritjof Capra), fino alle ultime ipotesi sulla Teoria dei Quanti e delle Superstringhe.

Pagine di questo articolo: 1 2 3

Lascia un commento