Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Meditare (Guendune Rimpoche)

16 luglio 2009

Meditare non vuol dire tentare di vedere colori o forme o cercare di modellare questa o quell’esperienza. Meditazione è sgombrare, liberare la mente da tutte le forme di appiglio, di attaccamento, di intenzionalità, di caratterizzazione delle cose. Non si tratta tanto di fare qualcosa, quanto di disfare i vincoli e i legami della mente.

Abbandonando l’attaccamento alle cose, basato sulla convinzione che queste abbiano una realtà oggettiva, si mollerà la presa della mente nei confronti di queste cose e dell’intenzione che vi è connessa, in modo che l’apparenza si troverà ad essere libera da sola.

Spesso si crede che meditare significhi imporre uno stato di vuoto alla mente, uno stato senza pensiero nè movimento mentale: quest’idea è sbagliata, perché se la meditazione fosse uno stato senza pensiero, questo stesso tavolo starebbe meditando! La meditazione non ha niente
a che fare con il fatto di creare un vuoto volontario nella mente:
meditare non vuol dire bloccare il movimento dei pensieri, ma restarin uno stato in cui questi pensieri non fanno presa. Se non ci fossero pensieri o movimento concettuale nella mente, chi mediterebbe?

Meditare è semplicemente riconoscere ciò che ci lega alle apparenze, alle manifestazioni esteriori, e mollare la presa delle fissazioni mentali. Significa creare una distensione rispetto al condizionamento abituale, e lasciare che questa distensione faccia effetto: gli
oggetti su cui la mente si fissa cadono da soli, i nodi si disfano da soli.

Meditare vuol dire disfarsi della corazza che ci siamo forgiati, dei vestiti superflui che indossiamo; allora, abbandoniamo a uno a uno gli abiti mentali, per restare nella nudità primordiale. In questa distensione si sperimenta lo stato naturale della mente come luce,
come coscienza conoscente, come viva lucidità. Questa chiarezza della mente è definita come coscienza istantanea, immediata, uno stato esente da elaborazioni mentali o reificazione.

Semplicemente restiamo nel godimento di questo stato, lasciando la mente nella dimensione che le è propria, senza caratterizzare o giudicare nulla, senza neppure concepire la nozione di meditazione. Quando la mente riesce a mantenersi stabile in quello stato, sperimenta il proprio spazio, e tutti i fenomeni esteriori ed
interiori vengono percepiti come vuoti. Questo stato non è limitato da nulla, è libero da ogni orientamento, privo di sostegno e in esso c’è la conoscenza fondamentale libera da punti di riferimento. E anche uno
stato di felicità e di benessere libero da ogni impedimento concettuale. L’apparizione di queste qualità della mente è segno di successo della pacificazione mentale; lo sviluppo di questa meditazione, quando si rimane assorti in tale stato senza perderlo o alterarlo, è il conseguimento del samadhi.

È importante non giudicare la propria meditazione, non pensare che il tale stato sia «buono» e che quell’altro sia «cattivo»; che quando la mente è calma la nostra sia una «buona meditazione», mentre quando la mente è agitata la nostra sia una «cattiva meditazione». Quando, nel
corso della meditazione, vengono idee del genere, si può dirigere la propria attenzione verso chi sta giudicando in questo modo, verso la coscienza che sta valutando la meditazione; con l’introspezionea questa coscienza scopre di essere priva di forma o di colore;
l’osservatore è privo di qualsiasi specificità che potrebbe provare la sua esistenza. Come avevamo fatto per l’oggetto percepito, ritroviamo la dimensione vuota della mente percipiente, l’assenza di realtà del soggetto.

Dunque, quali che siano i fenomeni che sorgono nella mente si trattano cosi’: non si tenta di prevenire il loro insorgere nè di farli cessare una volta che sono presenti; non vanno seguiti, ma apprezzati per quel
che sono. Ogni volta che si riconosce l’essenza attraverso lo sguardo diretto, ritroviamo la dimensione della mente non ostruita, libera da ogni ostacolo.

Meditare cercando qualcosa di più all’esterno porta
all’insoddisfazione. Ciò che si deve fare è esattamente il processo inverso: liberarci da ciò che ingombra la mente volgendoci all’interno, fino allo stato spontaneo in cui non sussiste nè ricerca nè sofferenza: la pienezza onnipresente.

La dimensione naturale della nostra mente è il Dharmakaya, che è spontaneo per natura. L’unico modo di incontrare la mente è armonizzarla con questa natura priva di cause e solo uno stato di distensione e di apertura può consentire a quest’essenza spontanea di
sorgere da sé.

3 Commenti a “Meditare (Guendune Rimpoche)”

  1. Elia Tamburella

    Ciao, diverse volte commentando ho cercato di dire qualcosa su quello che sperimento e sul vuoto della mente. Questo articolo spiega in maniera splendida quello stato che sto piano piano, giorno dopo giorno, cercando di fare mio: è il conseguimento del samadhi. Mi sono poi accorto qualche volta della mente come istantanea: ho commentato in passato dicendo ” mi accorgo che la mente va molto + veloce di quello che pensavo”. Senza dubbio voglio il Dharmakaya; adesso so come chiamare quello che sto cercando. Voglio dire questo: mi accorgo, sento, che concetti simili a quelli espressi per la mente, si possono applicare al corpo; ho questa sensazione. Grazie veramente per le preziose informazioni. Ciao.

  2. Elia Tamburella

    Ciao, vorrei raccontare una piccola ma significativa esperienza: mi arriva una telefonata; è un’amica e ci salutiamo; mi chiede che cosa ha fatto il giorno prima: non ho saputo rispondere. Questo è quello che è accaduto, ma vi voglio dire che cosa c’è sotto: in quel momento avevo raggiunto una particolare connessione con il presente, ad un livello tale da rifiutarmi addirittura di modificare quello stato, e quindi ho risposto non lo so, ; ero nel qui e ora con la mente e non c’era nient’altro. Quello stato che avevo realizzato in quel momento è in relazione alla istantaneità di cui si parla nell’articolo. Si potrebbe obiettare dicendo: uno che non ricorda è una persona limitata; io risponderei questo: per riuscire a trovare interiormente quello che cerchi bisogna andare per tentativi, perché un conto è leggere come si può realizzare una cosa e un conto è farla; allora se la tua ricerca è compiuta costantemente in tutta la giornata e in tutto quello che fai è normale che ti capitino queste cose; il dato rilevante è che effettivamente succedono delle cose; qualcosa si muove intanto. Mi sono accorto che potevo dire alla mia amica pensiamo al qui ed ora. Attualmente sto espandendo il movimento di ricerca in tutto il corpo, e mi accorgo che si può controllare il corpo in maniera diciamo non ordinaria; ad esempio: hai un mal di gola —> adesso iniziò dire: sono stato io che lo ho permesso, in quanto non ho prestato attenzione alla mia gola, e ho perso la consapevolezza di quella parte del corpo e la ho come dire abbandonata a se stessa facendolo così uscire dalla condizione di salute; questa stessa dinamica si può applicare a qualsiasi parte del corpo, e si lega alla capacità di creare nel corpo delle cose, da uno stato di salute di tutte le sue membra, e al suo controllo, e questo controllo si riesce a fare anche sulla mente.Occorre continuare nelle sperimentazioni e acquisire familiarità con questi stati di cui si parla nell’articolo. Una volta trovati, anche per poco tempo, si è già fatto un grande passo avanti, perché lo hai riconosciuto, in quanto è per noi; poi occorre ritrovarlo, e ritrovarlo ancora, sempre di più, fino a quando inizi trovarlo facilmente, e successivamente si può iniziare a curare il prolungamento dello Stato nel tempo con l’obiettivo di renderlo definitivamente spontaneo. Ricerca, scoperta, pratica, successo assicurato. Grazie per l’attenzione. Ciao.

  3. Elia Tamburella

    Volevo aggiungere: a mano a mano che si libera la mente vedo crollare dei mostri mitologici; uno di questi ad esempio è la solitudine; è un mostro creato con la mente da noi stessi. Questi mostri mitologici possono essere diversi, ma comunque sottostanno a quello che ho appena detto; a mano a mano che si va avanti con la ricerca ti accorgi che non esistono.

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