Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Quella Notte a Parigi: Mère, Aurobindo e la Fede Bahà’i (Luigi Zuffada)

23 marzo 2010

Quella notte a Parigi: Mère, Aurobindo e la Fede bahá’í
Luigi Zuffada 1)
«Quella notte [18 Maggio1913], ‘Abdu’l-Bahá Si intrattenne con monsieur Richard e sua moglie fino a mezzanotte, conversando sul misticismo e sulle dottrine e pratiche sufi e rispondendo alle loro domande». Questo fugace accenno contenuto in una biografia di ‘Abdu’l-Bahá incuriosisce: chi erano questi coniugi con cui il figlio di Bahá’u’lláh trascorse una mezza nottata a parlare di misticismo e di sufismo?
Cominciamo a restringere il campo: siamo a Parigi e l’occasione di quella conversazione notturna è il secondo soggiorno di ‘Abdu’l-Bahá nella capitale francese. Di ritorno dal Suo memorabile viaggio negli Stati Uniti, e dopo essere sbarcato a Liverpool e aver trascorso del tempo in compagnia dei credenti della Gran Bretagna, il 21 gennaio 1913 Egli aveva infatti rimesso piede a Parigi, che era già stata, due anni avanti, la prima tappa del Suo soggiorno europeo poco dopo la liberazione dalla lunga prigionia turca. Per quanto sofferente di una malattia che si era riacutizzata proprio qui a Parigi, Egli ricevette, nell’abitazione messaGli a disposizione da Hippolyte Dreyfus , un flusso di visitatori, fra cui anche, appunto, i coniugi Richard.
Lui era un filosofo francese, ma è sulla moglie che dobbiamo attardarci, perché fu lei che proseguì nei giorni e mesi successivi quella spirituale conversazione notturna.
Mirra Alfassa era nata a Parigi il 21 febbraio 1878 da padre turco (originario di Adrianopoli) e madre egiziana: questi genitori, entrambi atei e comunisti, avevano messo al mondo una bambina destinata a divenire una delle colonne spirituali del XX secolo. Fin da piccola, apparve un essere speciale, già tesa a esperienze spirituali, come la contemplazione. Tra gli undici e i tredici anni, una serie di esperienze mistiche, le rivelarono l’esistenza di Dio e la possibilità per gli esseri umani di unirsi a Lui. Nel 1897 sposò Henry Morisset , discepolo del celebre pittore Gustave Moreau ed entrò così a far parte dei circoli culturali parigini, frequentando artisti del calibro di Monet e Rodin. Dopo altre interessanti esperienze spirituali, nel 1910 si risposò con il filosofo Paul Richard che quattro anni più tardi la condusse in India, a Pondicherry, a incontrare Sri Aurobindo, che egli aveva già conosciuto anni prima a Parigi. Quello con Aurobindo fu il grande incontro della vita di Mirra Alfassa, che sarà in futuro conosciuta come Mère.
Non è per nulla agevole riassumere in poche righe la vicenda terrena e spirituale di Sri Aurobindo, una cui interessante sintesi abbiamo tuttavia trovato nell’opera dello studioso Roberto Maria Sassone. Nato a Calcutta nel 1872, Aurobindo fu mandato dal padre a studiare in Inghilterra, dove imparò varie lingue, fra cui il francese, il latino, il greco, il tedesco, lo spagnolo e l’italiano, entrando poi al King’s College di Cambridge, assimilando la cultura europea, classica, medievale e moderna. A vent’anni torna in India e inizia una carriera universitaria, che lo porterà a ricoprire la carica di vice rettore dall’Università di Stato. Ma presto comincia a interessarsi delle condizioni politiche ed economiche dell’India sotto il dominio inglese. Per un decennio combatterà quel dominio, tramite gli scritti e l’azione, subendo anche l’arresto e la prigione, giacchè gli inglesi lo considerano il leader indiscusso del movimento rivoluzionario indiano.
Uscito di prigione, il 4 aprile del 1910, obbedendo a un ordine interiore raggiunge Pondichéry, allora un’enclave dell’India francese, dove rimarrà per il resto della sua esistenza. E qui intraprende quello che definirà il suo «vero lavoro», che verrà portato a compimento grazie all’aiuto della sua compagna spirituale, Mirra Alfassa, che verrà chiamata semplicemente Mére, la Madre. Dopo aver percorso le strade spirituali del passato, e aver sperimentato le più varie esperienze di comunione divina e realizzazione interiore, Aurobindo sente fortemente il bisogno di intraprendere una nuova via, capace di unire i due poli dell’esistenza, lo Spirito e la Materia.
Seguiamo Sassone:
Sri Aurobindo vide che il mondo è Reale, che il Divino è nel mondo, consentendo quindi di restituire la sacralità alla vita e non come fenomeno accessorio della coscienza e dell’evoluzione spirituale. Questo nuovo piano di coscienza lo chiamò Coscienza Sovramentale o Coscienza di Verità e rappresenta la nuova fase evolutiva dell’umanità. Fino ad ora la mente è stata la più alta realizzazione evolutiva, ma l’uomo non ha terminato il suo sviluppo. Si sta preparando un nuovo destino, come è stato preannunciato da più fonti […] Contrapporre la materia allo spirito ha sempre nutrito il senso di separazione e della frattura negli uomini. Ogni dicotomia esprime il limite della mente dell’uomo, abituato a spezzettare la conoscenza. Inevitabilmente si è obbligati a fare una scelta. Tra le tante cose che mi hanno conquistato del pensiero di Sri Aurobindo c’è il concetto di unità, continuamente espresso. Tutto è divino, anche quegli aspetti della vita che non comprendiamo e che detestiamo. Dimentichiamo che è l’uomo, nella sua incompletezza e nella sua ignoranza, a produrre il male, il disordine, la disarmonia. Non esiste il male come entità assoluta [...] È chiaro che l’ego deve scomparire per poter accedere al contatto con il centro della nostra coscienza. Ognuno di noi è un’individualità molto più vasta e profonda che non ha niente a che fare con l’ego.
Sri Aurobindo vede che il mondo manifestato non è un errore o un’illusione che l’anima dovrebbe rigettare per far ritorno al cielo o rientrare nel Nirvana: il mondo è la grande scena di una evoluzione spirituale, una evoluzione o avventura della Coscienza per mezzo della quale dall’Incoscienza originaria si va sviluppando una manifestazione progressiva, in divenire, della Coscienza Divina, celata fin dall’origine o involuta nella Materia. La mente rappresenta la più alta vetta finora raggiunta dall’evoluzione, ma non è la più elevata in assoluto. L’uomo stesso, afferma Sri Aurobindo, è soltanto «un essere di transizione». Al di sopra della mente esiste una Sopra-mente, una Coscienza-di-Verità, una divina Gnosi sopramentale che possiede spontaneamente la luce e il potere della suprema Conoscenza Divina e la cui discesa sulla terra è destinata ad apportare un radicale cambiamento nella vita e nella materia. La dimostrazione dell’attualità di questa trasformazione, che è in corso e non è di là da venire, si può trovare in quel prezioso documento di evoluzione sperimentale che sono i tredici volumi dell’Agenda di Mère: essa è aperta alla «comprensione» di tutti coloro che vogliono conoscerla e sperimentarla.
Mère è stata colei che ha proseguito in modo mirabile l’opera di Aurobindo nell’Ashram di Pondichéry fino alla sua morte avvenuta nel 1973. La storia della sua straordinaria evoluzione spirituale, che si compiva tramite la trasformazione del corpo, la possiamo leggere nelle famose Agende ( pubblicate in ben 13 volumi), ove ella narrò giorno per giorno a un fedele discepolo, Satprem, le tappe del suo viaggio, le sofferenze e le vittorie. Ed è appunto in alcune pagine di queste Agende che Mère rievocò quel suo incontro con ‘Abdu’l- Bahá nella Parigi del 1913. In esse ella narra di aver partecipato a molte riunioni bahá’í in casa dei coniugi Dreyfus-Barney, ove conobbe alcuni credenti inglesi e americani, come i coniugi Scott e miss Edith Sanderson: in alcune di tali riunioni anche Mère prese la parola. In una delle sue conversazioni pubblicate, leggiamo:
La sua [di ‘Abdu’l-Bahá] sincerità e la sua aspirazione al Divino erano semplici e veramente spontanee. Un giorno che ero andata a visitarlo, egli doveva tenere una lezione ai suoi discepoli, ma giaceva a letto malato e quindi l’incontro avrebbe dovuto essere rimandato. Quando gli fui vicina, egli mi disse: Va’ tu e parla al mio posto. Io sussultai perchè mi sentivo impreparata e gli risposi: Non sono un membro della tua religione e non ne so nulla; come posso parlare in tua vece? Ma egli insistette: Non importa! Tratta qualunque argomento, andrà bene. Va’ e parla… In quella sala concentrati e poi parla. Alla fine mi persuase.
Mère andò a quella riunione bahá’í e trattò il tema «vivere la vita»! Era il 10 marzo 1913.
Risulta chiaro che Mère rimase colpita favorevolmente dalla persona di ‘Abdu’l-Bahá e anche se non era bahá’í nutriva una gran fede nelle cose che egli insegnava. Ecco perché intessé con lui lunghe conversazioni su temi spirituali ed ecco perché quella notte era rimasta a discorrere fino a tardi di misticismo.
Quando ‘Abdu’l-Bahá prese congedo da loro, Mère parlò di lui in modo toccante in una riunione del 9 giugno 1913.
Lo scorso lunedì ‘Abdu’l-Bahá si è congedato da noi e fra pochi giorni lascerà Parigi. So che molti cuori sentiranno un gran vuoto e soffriranno, e tuttavia è solo con il corpo che egli ci lascia! Il suo pensiero rimarrà fedele in mezzo a noi e il suo immutabile amore ci avvilupperà e la sua influenza spirituale sarà sempre la medesima, assolutamente la medesima. Che egli sia fisicamente vicino o lontano ha poca importanza, giacché le forze divine eludono completamente le leggi del mondo materiale: esse sono onnipresenti, sempre al lavoro per appagare ogni ricettività, ogni sincera aspirazione […] Così, la separazione non esiste, è solo un’illusoria apparenza. In Francia, in America, in Persia o in Cina, noi siamo sempre vicini a colui che amiamo e a cui volgiamo i nostri pensieri.
Troviamo quasi un’eco di queste parole di Mère in una lettera del Maestro a una credente americana in cui Egli conferma che «la distanza è annullata e non impedisce lo stretto e profondo sodalizio di due anime che siano tenacemente legate nel cuore, anche se si trovano in Paesi diversi». Comunque, quelle parole pronunciate a Parigi da Mère erano profondamente sentite, tanto è vero che 38 anni più tardi ella, nell’Ashram di Pondicherry, parlava ancora di ‘Abdu’l-Bahá con lo stesso intenso rispetto: «Ho conosciuto ‘Abdu’l- Bahá molto bene. Era figlio del famoso Bahá’u’lláh che fu gettato in prigione per aver diffuso idee che erano più progressive e di larghe vedute di quelle dei Sufi, e fu perseguitato dai Musulmani ortodossi. Egli (‘Abdu’l-Bahá) aveva una natura eccellente. Mi piaceva moltissimo».
Oltre a rammentarsi di ‘Abdu’l-Bahá per la sua straordinaria vita, Mère non dimenticò mai le storie che egli le aveva narrato dei sacrifici dei primi credenti bahá’í in Persia. In uno dei suoi discorsi, ella parlò di Sulayman Khan di cui le aveva narrato ‘Abdu’l-Bahá. Fornendo i dettagli delle torture subite da Sulayman Khan (gli fecero dei buchi nel corpo e li riempirono di candele accese), Mère scrive della gioia del martire per il fatto che era perseguitato a causa della sua fede. «Se soffro? Ma è una delle ore più belle della mia vita!», ella riferisce la risposta del martire a chi gli aveva chiesto se soffriva. Mère conclude annotando che in genere coloro che hanno «sofferto torture per la loro fede, ossia per i loro più nobili e sublimi ideali, hanno sempre avvertito una sorta di grazia divina che li sorreggeva difendendoli dal dolore». .
Apprendiamo altre preziose notizie sull’argomento da uno saggio del professor Anil Sarwal, uno studioso di religioni comparate, secondo il quale anche Sri Aurobindo ebbe contezza della Fede bahá’í. Conversando il 7 marzo 1924 con un discepolo che gli aveva ventilato la possibilità che il fanatismo dei musulmani si dissolvesse, egli affermò che non sarebbe stato sufficiente «cambiare la loro visione della vita. Ciò che è necessario è un movimento religioso che sorga in mezzo a loro a rimodellare la loro religione e a mutare l’impronta del loro temperamento - per esempio, il Baha’ismo in Persia che ha infuso un’impronta molto diversa al loro carattere». Aggiunge Sarwal: «Anche se non conosceva molti dettagli della Fede bahá’í, Sri Aurobindo era tuttavia consapevole della sua influenza anche in Europa e in Occidente».
Un’ altra occasione documentata in cui Aurobindo parlò della Fede bahá’í si verificò il 5 aprile 1924, quando gli fu letta una lettera inviatagli da un insegnante bahá’í americano. Un discepolo gli chiese se conosceva l’«uomo» che aveva dato inizio a quella religione. Sri Aurobindo esordì confessando la sua ignoranza, ma poi fornì alcuni dettagli su Bahá’u’lláh affermando che Egli «era un essere vitale che riceveva la Luce». Fra i poteri di Bahá’u’lláh, egli descrisse il potere della parola «che è considerato il segno del profeta, un eccezionale potere di telepatia» ecc. Disse di conoscere anche le Lettere che Bahá’u’lláh aveva scritto dalla sua prigione ai monarchi del suo tempo. E considerò che il numero dei bahá’í assommasse a «circa 11 milioni, di cui 2 in Europa».
Seguiamo ancora il commento di Sarwal: «Non è difficile presumere che la maggior parte delle conoscenze di Sri Aurobindo sulla Fede bahá’í gli provenissero da Mère. D’altro canto sebbene Mère avesse avuto contatti di prima mano con ‘Abdu’l-Bahá, non era approfondita nelle scritture bahá’í e i suoi riferimenti ad ‘Abdu’l-Bahá contengono qualche imprecisione, per quanto ella avesse accesso a più di trenta testi bahá’í contenuti nell’Ashram (alcuni sono firmati da una certa Dorothy Hodgeson che era attiva nella Fede bahá’í a Parigi quando anche Mère vi soggiornava). La stessa cosa si può dire delle affermazioni di Aurobindo che riguardano Bahá’u’lláh e ‘Abdu’l-Bahá. Uno studio accurato delle sue dichiarazioni, per quanto poco numerose, danno l’impressione che egli considerasse Bahá’u’lláh il Profeta dei musulmani mentre considerava se stesso essenzialmente un indu .
Seguendo le tradizioni indu, il lavoro di Sri Aurobindo è per sua natura mistico ed è associato alla pratica dello Yoga. Il suo scopo era di portare sulla terra una Coscienza Supermentale, un potere tramite il quale tutta la vita diventerà l’espressione e il fiorire della Divina Unità che si manifesta al mondo. Questo sogno di spiritualizzazione non è molto lontano dagli ideali bahá’í di un mondo unito tramite una fede universale. E nemmeno i mezzi, che a prima vista in Aurobindo appaiono più mistici, sono molto diversi. Per esempio, annunciando gli scopi dell’Ashram che è destinato ad essere la culla del nuovo mondo, egli afferma: «Questo Ashram è stato creato con ben altro obiettivo che quelli già esistenti, e cioè non per la rinuncia al mondo ma come centro e campo d’azione per l’evoluzione di un altro tipo e forma di vita che alla fine sarà mosso da una più alta coscienza spirituale e incarnerà la grande vita dello spirito». Non sorprende, quindi, che sia Sri Aurobindo che Mère lodassero la Causa bahá’í, anche se, ovviamente, nel loro modo e in accordo alla loro non estesa conoscenza dei suoi insegnamenti.
Davvero nel mondo dello spirito non vi sono divisioni o separazioni e i grandi spiriti finiscono per incontrarsi, riconoscersi e parlare spesso il medesimo linguaggio. Leggo in Mère:
Sottomissione è la decisione di rimettere al Divino la responsabilità della vita. Senza questa decisione niente è possibile. Il resto segue naturalmente, perché tutto il corso dello yoga parte dalla sottomissione [...] Quando avrete persuaso il tutto [di voi stessi] a darsi al Divino e avrete compiuto una consacrazione unificata, assoluta, soltanto allora avrete messo fine alle vostre difficoltà.
Leggo negli Scritti bahá’í: «La libertà che vi giova non si trova altrove che nel completo asservimento a Dio, l’Eterno Vero. Chiunque ne abbia gustato la dolcezza rifiuterà di barattarla per tutti i regni della terra e del cielo».
BIBLIOGRAFIA
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Balyuzi, Hasan, ‘Abdu’l-Bahá, George Ronald, London 1971.
Bahá’u’lláh, Spigolature, Casa Editrice Bahá’í, Roma, 3a ed. 2003.
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Mère, Colloqui sullo Yoga integrale. Risposte e aforismi. 1930-1938, Edizioni Mediterranee, Roma 1997.
Mère, La. Entretiens, 1950-51. Imprimerie de Sri Aurobindo Ashram, Pondichéry, 1967.
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Mère, La. Paroles d’autrefois. Imprimerie de Sri Aurobindo Ashram, Pondichéry, 1966. La Mère et Abdoul Baha (10 mars 1912, 3 janvier 1913, 9 juin 1913) pp. 120-8.
Nabil, Gli Araldi dell’Aurora, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1978.
Sarwal, Anil, Sri Aurobindo Movement and the Baha’i Faith, http://bahai.htmlplanet.com/cgi-bin/framed/2499/BahArt/Sri%20Aurobindo.htm; reformatted and posted 01/02 by Jonah Winters.
Sassone, Roberto Maria, Il guerriero interiore, Anima Edizioni, Milano, 2008.
Sassone, Roberto Maria, La ricerca dell’amore. Un ponte tra Reich e Sri Aurobindo, Anima Edizioni, Milano, 2007.
Shoghi Effendi S. Rabbānī, «Hippolyte Dreyfus-Barney. An Appreciation», in The Bahá’í World 3, Wilmette, Ill., 1928-30, pp. 210-11, 214.
«The Mother and ‘Abdul Baha», in Bulletin of Sri Aurobindo International Centre of Education 29 (4 Nov. 1977): 50-63.
Words of Long Ago, Collected Works of Mother, Vol. II, p.104.
Zuffada, Luigi, Il Maestro, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1982, ristampa 1999.

NOTE:

1) L’autore ringrazia lo Sri Aurobindo Ashram, Pondicherry per avergli fornito e permesso di citare brani dal seguente libro: Das, Nolima ed., Glimpses of the Mother’s Life vol.1, Sri Aurobindo Ashram, Pondicherry 1978, e Roberto M. Sassone per le citazioni tratte dal suo libro La ricerca dell’amore. Un ponte fra Reich e Sri Aurobindo, Anima Edizioni, Milano, 2007.
2) Hasan M. Balyuzi, Adbu’l Bahá, p. 394

3) Per il soggiorno di ‘Abdu’l-Baha a Parigi vedi Zuffada, Il Maestro, cap. X e XIX. Hippolyte Dreyfus-Barney (1873-1928), di illustre famiglia ebrea francese, avvocato e studioso di fama, divenne bahá’í agli inizi del ’900 grazie all’insegnamento di May Bolles (poi Maxwell). Nel 1903 visitò ‘Abdu’l-Bahá in Terra Santa. Rinunciò alla sua carriera forense per dedicarsi allo studio del persiano e dell’arabo onde tradurre i testi sacri baha’i da quelle lingue in francese. Compì lunghi soggiorni in India, Cina e Birmania.

4) Roberto M. Sassone, dopo un training analitico-didattico con il neuropsichiatra Federico Navarro, ha fondato la Scuola Italiana di Analisi Reichiana di cui è docente e analista didatta. Ha elaborato da molti anni un percorso di meditazione sulla base dello Yoga Integrale di Sri Aurobindo e Mère. Conduce Laboratori di Coscienza Integrale del Corpo. Ha pubblicato: La ricerca dell’amore: un ponte tra Reich e Sri Aurobindo e Il guerriero interiore.

5) Sassone, La ricerca dell’amore, pp. 111-5.

6) Das, Nolima ed., Glimpses of the Mother’s Life, vol. 1, p. 105.

7) Ivi. pp.107-108

8) Abdul’ Bahà, Antologia, p.66

9) Glimpses of the Mother life, vol I, p.105

10) Ivi, pp.106. La Storia del Martirio di Sulayman Khan è narrata in Nabil, gli Araldi dell’Aurora, pp.577-80

11) Citato in Anil Sarwal, Sri Aurobindo Movement and the Bahá’í Faith

12) Ibidem

13) Ibidem. Il numero dei bahá’í citato da Aurobindo era, per quell’epoca, eccessivo.

14) Ibidem

15) Mère, Colloqui sullo Yoga Integrale, p.49

16)Bahà’u'llàh, Spigolature, CLIX





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