Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Appunti per una Pratica Integrale (Pino Landi)

22 novembre 2010

Tratto dalla Rivista di Yoga Integrale  “Usha-Aurora Simbolica”

Appunti per una pratica integrale.

di Pino Landi

1 – Pratica integrale

La rubrica che inizia con questo numero zero della rivista Usha, è dedicata alla condivisione di una serie di “appunti” relativi alla pratica. Pratica condotta ormai da molti anni, sia individualmente che in piccoli gruppi di meditanti, uniti non da scelte ideologiche o religiose, ma dalla pura pratica. Il sottoscritto ha precisa consapevolezza che non è in ogni caso possibile trasmettere realmente nulla attraverso le parole dette o scritte. Si può, nel migliore dei casi, illustrare qualche tecnica e dare testimonianza approssimativa di una esperienza soggettiva, tradotta in parole e in immagini mentali. Se racconto a qualcuno che non conosce quel frutto, come ho mangiato una banana, anche se avessi capacità descrittive fuori dal comune, quel qualcuno potrà trarre una conoscenza formale in merito, ma finché non si si procura ed di assapora la banana, le mie parole non potranno mai dare senso compiuto a quella esperienza per chi banane non ha mai mangiate. L’altra difficoltà di cui sono ben consapevole è la limitatezza del linguaggio e della logica mentale per parlare di ciò che è oltre la “competenza” della mente. Per descrivere le esperienze della sadhana occorrerebbe un nuovo linguaggio; forse la poesia potrebbe esserlo, ma parlo di una poesia non meramente estetica e “vitale” come quella che siamo abituati a leggere, ma una poesia proveniente dai piani più elevati, una vera e propria rivelazione che si manifestasse attraverso simboli e versi mantrici, vere e proprie parole di potenza e di luce. Ma ahimè tutto ciò è ben oltre le mie modestissime possibilità.

La mente non può prescindere dai suoi fondamenti e dalle dinamiche del suo proprio funzionamento: per la mente l’oggetto del conoscere è esterno e tutto ciò che c’è da sapere viene “acquisito”, è un “qualcosa che si aggiunge”; soggetto ed oggetto sono due cose distinte, quindi entrambe parziali. Vi è però anche un diverso modo di “conoscere”, per identificazione, quando conoscente e conosciuto sono una cosa unica, così come non è cosa separata il movimento del conoscere. E’ questa la conoscenza a cui si aspira con la pratica.

Si parla di una conoscenza che non acquisisce, ma che “diviene”, che non ingloba, ma “trasforma”, che non analizza, ma si ampia identificandosi. Parliamo di una conoscenza che procede per sintesi e non per analisi, quindi che unisce ed universalizza invece di dividere e parcellizzare; che non ha per oggetto elementi disparati e separati, ma procede per visioni complessive: parliamo quindi di una pratica di sintesi. La legittimità di ogni esperienza, a differenza delle sperimentazioni scientifiche, non è affatto legata alla ripetibilità, anzi ogni accadimento è valido solamente per sé stesso e la realtà è del tutto soggettiva e non oggettivabile. Tempo, spazio e rapporto causa-effetto non sono più rigide gabbie al’interno delle quali ogni libertà è perduta, assieme ad ogni reale possibilità e potenza.

In altri termini il procedere lungo un sentiero di reale crescita e reale trasformazione, passa attraverso una sadhana che non può essere che integrale, per diversi motivi che costituiscono l’essenza stessa di questo procedere.

Integrale perché occorre innanzitutto lavorare affinché la pratica non sia un ulteriore momento di alienazione, bensì strumento di armonizzazione ed unificazione di ogni momento della giornata, dell’agire, del sentire, del pensare. Fine del lavoro è far sì che sia tutta la vita intera che diviene il nostro yoga, la vita intera mezzo per acquisire conoscenza e consapevolezza, la vita intera un’opera d’arte. La vita è in fondo un materiale grezzo, analogo al marmo dello scultore: qualcuno vedrà dentro il blocco la statua e saprà togliere tutto il materiale inutile che la ingabbia lì dentro…

I momenti in cui ci si siede nel proprio angolino per una meditazione, o una visualizzazione, o una preghiera, o qualche altra pratica che sia tassello della sadhana, possono essere importanti ed anche indispensabili, ma non possono essere esclusivi. Ciò che si realizza in termini di allargamento di coscienza e percezione nei momenti di pratica, quando ed ammesso ovviamente che ciò accada, deve poi radicarsi nella quotidiana vita di relazioni, trasformando e rovesciando i punti di vista ordinari, le ordinarie abitudini fisiche e psichiche, le ordinarie capacità percettive basate unicamente sui sensi materiali. Perfino il periodo del sonno, che a ben vedere occupa circa un terzo del tempo della nostra vita, può essere trasformato in un utile occasione di pratica e di conoscenza, in cui le normali funzioni fisiologiche continuano ad essere svolte, in cui però non si piomba in un buio baratro di incoscienza, ma si acquisisce sempre di più consapevolezza di ciò che accade quando la coscienza mentale lascia spazio ad altre modalità.

Integrale perché attraverso la pratica è possibile sperimentare quanto illusoria sia l’idea e la convinzione che l’ “essere” è racchiuso nei confini della pelle; sperimentare quanto falso sia il sentire tutto ciò che esiste come estraneo e quindi tendere ad utilizzarlo per specifiche finalità personali ed individuali. E’ possibile sperimentare che ogni identificazione con qualcosa di specifico e limitato è sempre una falsa forzatura e “provare” invece ad “espandersi” senza limiti, e senza pur tuttavia perdere nulla della propria autonomia ed individualità. E’ anzi possibile esprimere al massimo livello autonomia ed individualità proprio superando ogni identificazione con un solo componente del composito essere che è l’uomo, liberandosi effettivamente dalle suggestioni e dalle pulsioni inconsce che paiono provenire dal “di fuori” e dal “di dentro”.

Integrale perché è possibile, attraverso una sincera e metodica pratica di introspezione, trovare un punto di “gravità permanente” attorno a cui possano ruotare le diverse sfere di energia che formano sentimenti e pensieri, il più delle volte contraddittori ed antagonisti tra di loro…E’ possibile individuare un “Essere interiore” che assorbe ed unifica tutti i falsi esseri-maschera con cui centinaia di volte al giorno ci si identifica, a seconda delle circostanze e delle persone in cui ci si imbatte. Attorno all’”Essere Psichico” è possibile infatti riunificare tutte le parti scisse che formano l‘uomo, impedendo loro di dominarlo e farlo danzare al loro ritmo come un burattino.

Integrale perché nulla deve essere rifiutato per la pratica, perché tutto è utilizzabile per la crescita e la trasformazione. La crescita individuale non è altra cosa della crescita di tutto ciò che ci sta attorno, perché in effetti nulla si trasforma se non la coscienza. Ciò che realizziamo in noi si irradia attorno in un “contagio” perfettamente percepibile: possiamo perciò scegliere se nuotare in acque limpide e correnti, o sguazzare nel fango. Ogni atto della nostra giornata può diventare un atto sacro, veicolo cioè di consapevolezza e compiuto quindi con piena libertà. La stessa mente non va rifiutata, ma pienamente sviluppata, così come la consapevolezza dell’io. Ciò che conta è da un lato l’inflessione, la volontà con cui procediamo e dall’altro la capacità di rendersi vasi vuoti per ricevere…

La tecnica di uno yoga che cambi il mondo dev’essere multiforme, flessibile, paziente e onnicomprensiva come il mondo stesso. Se non affronta tutte le difficoltà e possibilità e non tratta con cura ogni elemento necessario, ha forse qualche probabilità di riuscita?

In questo yoga sono raccolti tutti gli aspetti della Verità, non nelle forme sistematiche ad essi attribuiti in passato, ma nella loro essenza, e portati al significato più completo e più alto.

Si possono sentire le esperienze di qualunque sadhana come parte di questa sadhana.

La vita umana raggiungerà la sua pienezza e si trasformerà in qualcosa di superiore solo quando questa verità verrà afferrata e resa la forza motrice della nostra coscienza, e quando verrà scoperto il mezzo della sua effettiva realizzazione. Troveremo tale mezzo in uno yoga integrale, in un’unione di tutte le parti del nostro essere con il Divino e nella conseguente trasmutazione di tutti questi elementi, ora discordanti, nell’armonia di una coscienza e di un’esistenza divine superiori.

SRI AUROBINDO –“ Lettere sullo yoga”

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