Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Non Confondiamo il Reale con il Vero (Alberto Lomuscio, Roberto Maria Sassone)

9 febbraio 2011

Alberto Lomuscio*, Roberto Maria Sassone**

*Scuola di Medicina Naturale SOWEN – Milano

**Psicoterapeuta, Fondatore e Docente della Società Italiana di Analisi Reichiana

“Non posso cambiare il mondo,

però posso cominciare a farlo”

(Alejandro Jodorowsky)

INTRODUZIONE

Due anni fa, in occasione di un Seminario della nostra Società [1] sulla Nuova Tradizione, il mai abbastanza compianto e stimato Maestro Franco Caspani ci ha insegnato, con quel suo atteggiamento bonario e profondamente saggio, che più che di “Nuova” Tradizione, si dovrebbe parlare di “Vera” Tradizione, in quanto ciò che oggi è nuovo, domani è già superato, e se domani non verrà superato, vuol dire non che è (o resta) nuovo, ma che è Vero. Da tempo amo ripetere ai miei allievi quanto sia illusorio confondere il reale con il vero. Il reale può anche essere nuovo, ma non è assolutamente detto che sia (o resti) vero. E, si badi bene, qui non si tratta di evitare la confusione tra l’apparenza e la verità, ma tra la realtà e la verità. La realtà quale appare ai nostri sensi è infatti illusoria: se noi fossimo cani o pipistrelli potremmo udire ultrasuoni che, in quanto umani, non siamo in grado di udire; o, se fossimo aquile o falchi, potremmo vedere nitidamente oggetti lontanissimi che, in quanto umani, possiamo distinguere solo con un cannocchiale. Ma la verità non si cela soltanto dietro le false percezioni sensoriali della realtà quale noi possiamo percepire. Ancora peggiore, infatti, è l’inganno che la realtà ci offre con la sua relatività, col suo essere parziale, talora opinabile, prospetticamente fissa. E’ ben nota la storiella zen secondo la quale alcuni uomini bendati stanno tentando di definire la realtà che hanno davanti, riguardo alla presenza di un elefante: il primo, palpando la coda dell’animale, conclude che l’elefante è una corda, e questa è la sua realtà, ed è anche oggettivamente giusta, ma non è la verità. Un altro tocca la proboscide, e ritiene che l’elefante sia una sorta di serpente. Un terzo tocca le zampe e conclude che l’elefante è una specie di tronco d’albero, e così via. Tutti quegli uomini si sono fermati alla realtà, ma nessuno si è spinto nei territori della verità. E come si può entrare in contatto con la verità? E’ semplice: con la visione globale! Ossia, superando quella che gli antichi Induisti chiamavano “Il velo di Maya”: e la Maya non è illusione, ma solo realtà parziale. E’ la realtà che sta davanti agli occhi di una ranocchia in un labirinto di siepi, che non trova la luce dell’uscita; a differenza del falco che, volando sopra il labirinto, ne vede tutti i cunicoli, tutte le vie di uscita. Ebbene, anche noi, se vogliamo vivere (e non solo a parole) la Vera Tradizione, dobbiamo ricollegarci al nostro falco interiore, al nostro Sé centrale, a quell’Essenza-scintilla che è luce universale che abita nel corpo di una ranocchia che – ora sì! – può mettere le ali e decollare verso il risveglio della consapevolezza. E a questo proposito ho trovato di profondo interesse il pensiero di un amico carissimo, che è uno psicologo olistico [2] e che ha rivalutato in pieno la figura di chi, da ranocchia, vuole spalancare le ali verso il cielo della visione globale. Egli (l’Autore in questione si chiama Roberto Maria Sassone), afferma che i veri Maestri sono molto pochi, ma numerosi sono coloro che cercano, che lottano per decollare, che si sporcano quotidianamente le mani per trovare il proprio Sé interiore risvegliato, coloro che fanno del proprio ego un pacchetto da gettare nel fiume: costoro, le ranocchie con le ali, sono i “Guerrieri”, o come afferma Capriolo Zoppo (Sciamano della tribù Lakota), i “Medecine-Men, uomini che di se stessi affermano:

Non sono un ubriaco, ma neppure un santo. Un Medicine-Man non deve essere un santo… Deve poter cadere in basso quanto un pidocchio ed elevarsi come un’aquila… Deve essere dio e diavolo insieme. Essere un Medecine-Man significa trovarsi nel mezzo di una tormenta e non mettersi al riparo. Significa sperimentare la vita in tutte le sue espressioni. Significa fare il pazzo, ogni tanto. Anche questo è sacro”

Molti di Voi avranno letto il famoso “Manuale del Guerriero della Luce” di Paulo Coelho [3]: ebbene, il Guerriero non è chi ha già vinto: il Guerriero è chi sta combattendo. Il Guerriero è chi ha nel cuore e nel ricordo tanti rimorsi, ma nessun rimpianto, perché egli agisce e lotta di continuo. Per inciso, si ricorda che il rimorso è l’angoscia per qualcosa che è stato fatto, e che poteva essere fatto diversamente o in tempi diversi; mentre il rimpianto è l’angoscia per qualcosa che non è stato fatto, e che pertanto si configura come occasione perduta, come strada persa per sempre, come un “carpe diem” non sfruttato: ecco perché, in una vignetta di Schultz sui Peanuts [4], il simpatico cagnolino Snoopy (che personalmente considero un grande filosofo) affermava, disteso sul tetto della sua cuccia e con quel suo languido sguardo sconsolato: “Mille volte meglio una montagna di rimorsi che un solo granello di rimpianti”. E sentiamo ora dalle parole dell’amico Sassone le sue considerazioni sulla figura del Guerriero [2]:

IL GUERRIERO

“L’uomo dormiente è prigioniero dell’ego, ma poiché ne è del tutto inconsapevole, consuma la sua esistenza per soddisfare le esigenze di questa formazione mentale. L’ironia della sorte è che combatte e sof­fre nella certezza di realizzare la sua felicità, mentre invece è mano­vrato da questo parassita che si radica in lui anno dopo anno. L’ego non è mai soddisfatto e rilancia le sue richieste in un gioco che non ha fine… anzi, ha fine solo quando l’ospite in cui si è infiltrato dalla nascita, brucia l’ultima scintilla di vita e si spegne.

L’ego è un abilissimo istrione, promette le gioie più grandi, ma qualsiasi cosa egli dica, è una menzogna. È un mago dell’illusioni­smo, trasforma e distorce ogni verità. È capace di far sembrare giu­ste e sante le azioni più atroci. In nome dell’Ego si fanno crociate, guerre di liberazione, si elaborano ideologie, si consumano risorse, si affama il pianeta. L’ego riesce persino a sfruttare gli impulsi più nobili degli esseri umani per realizzare i suoi fini.

Ma ecco che nella storia dell’uomo appaiono alcuni individui che sono svegli e che appunto per questo sono chiamati i risvegliati o gli illuminati. Cristo, Buddha, Maometto, Shankara, sono certamente i più famosi, ma ce ne sono tanti altri meno conosciuti e molti comple­tamente sconosciuti che hanno svolto la loro missione nell’ombra. Questi esseri speciali hanno dedicato la loro vita a risvegliare i dor­mienti, ad insegnare loro come uscire dal sonno e come sconfiggere l’ego. Essi hanno creato vie di salvezza e di trasformazione per evade­re dalla prigione dell’ego. Queste vie sono conosciute col nome di Yoga, Zen, Tantra, Vedanta, Tao, Sufismo, Esicasmo, Alchimia, Shamanesimo e tante altre diramazioni. I loro insegnamenti fanno parte di ciò che viene chiamata Scienza Esoterica o Filosofìa Perenne.

Ognuno di essi ha usato un suo linguaggio, il più adatto all’epoca ed alla cultura in cui è vissuto, ma tutti hanno affermato un prin­cipio fondamentale: in ogni uomo c’è un nucleo di coscienza, rico­perto dagli strati dell’Ego: l’ESSENZA. Essi hanno detto che l’es­senza è una realtà concreta, un’esperienza che si può sperimenta­re, una condizione che appartiene all’essere umano. La vera ed unica libertà consiste nel sostituire al dominio dell’Ego la saggezza dell’Essenza.

Molti sono i termini con cui si indica l’essenza: anima, sé, atman, purusha, nucleo interìore, identità profonda, centro psichico, cuore. Ma in qualsiasi modo la si voglia chiamare, l’essenza è la vera iden­tità di ogni uomo.

Intorno a questi grandi Maestri si sono raccolti discepoli e sono nate le religioni che hanno ricoperto di strati sempre più densi l’esperienza originaria. E così ancora una volta l’Ego ha offuscato e anche stravolto la rivelazione tramandata. Ma in ogni religione si può rintracciare il nucleo luminoso trasmesso. In nome delle religio­ni sono stati commessi nei secoli gravi misfatti, ma sono state com­piute anche nobili azioni.

Tra gli uomini addormentati e quei fari che brillano nella notte che sono i risvegliati c’è una variegata categoria di persone compo­sta da molte gradazioni diverse. Sono coloro che hanno iniziato ad aprire gli occhi, che si sono accorti di essere addormentati, che sono consapevoli di essere in una prigione. Essi non sono più dormienti, ma non sono nemmeno completamente svegli. La loro condizione è difficilissima perché non credono più alle lusinghe dell’ego, ma ne sono ancora preda. Sono troppo fragili per opporglisi completamen­te, sono ancora invischiati nella trama mentale delle illusioni. Essi vivono in un’alternanza di veglia e sonno, la loro vita è una guerra continua ed in più non riescono a trarre quell’effimero godimento dei dormienti perché vedono la menzogna celata dietro le cose che l’ego indica come desiderabili. Questi semi-risvegliati sono sempre sospesi tra sogno e realtà. Hanno assaporato gocce di essenza, ma troppo rare ed insufficienti, e quindi tentano ancora di trarre piace­re dalle vecchie illusioni del mondo.

Auro li chiama Guerrieri, perché la loro vita è una serie continua di battaglie per uccidere quell’Idra dalle mille teste che si chiama Ego e per conquistare i tesori dell’Essenza. I guerrieri sono instanca­bili ricercatori di pietre preziose.

Molti guerrieri sono rimasti famosi nella storia, scienziati, artisti, filosofi, politici, molti altri sono più anonimi, ma tutti hanno una caratteristica in comune: le loro azioni, le loro opere, le loro scoperte, recano sprazzi di essenza. Non avendo un contatto completo e stabile con la loro essenza, mescolano momenti di verità con mac­chie d’ignoranza. Nella loro vita e nelle loro opere c’è il genio e la miseria, la luce e l’ombra. Sono dei veri eroi perché strappano brani di conoscenza, facendosi strada tra le fitte maglie dell’ego. Spesso incompresi e perseguitati, riescono a sopravvivere agli attacchi del­l’ego e della società che lo incarna, malgrado non abbiano le sublimi qualità dei Maestri. Davide che combatte contro Golia è il simbolo più appropriato del guerriero. Alcuni non ce la fanno e sono sconfit­ti dall’Idra, quando la solitudine, il vuoto e la disperazione diventa­no insopportabili. Ma credo che le gemme che sono riusciti a scova­re non vadano perse e siano conservate nell’essenza per altre occa­sioni di vita.

Ma cos’è l’ego? Non è facile a dirsi perché l’ego è molto complesso e stratificato. Può essere sintetizzato, dicendo che è la somma di tutti i condizionamenti personali. È l’insieme delle paure, dei complessi, delle nevrosi, dell’orgoglio, dell’importanza personale, del narcisismo, delle idee preconcette, delle abitudini…e la lista potrebbe allungarsi a dismisura. La maggior parte di ciò che pensiamo di noi stessi, degli altri e della vita è ego. Ogni sociologia, ogni scienza, ogni ideologia, ogni religione, quando ha il marchio del fanatismo, è ego. L’ego è la lente deformante attraverso la quale osserviamo il mondo e noi stessi.

Ma la grande forza dell’ego è che si spaccia per noi stessi, per la nostra vera identità. L’ego riesce a prendere il posto dell’essenza nella vita dei dormienti ed essi credono davvero di essere svegli, di essere se stessi. L’ego è come una seconda pelle che aderisce in maniera talmente completa da essere scambiata per la pelle vera.

L’uomo dormiente pensa: “Io sono fatto così ” e non mette in discussione la sua personalità, né le sue granitiche convinzioni; si colloca al centro del suo piccolo universo e presume di essere artefi­ce della sua vita. La sua più grande illusione è di credersi un uomo libero.

Prima che la scienza positivista facesse la sua apparizione, gli uomini erano forse più ingenui, ma credo che avessero più contat­to con la loro essenza.”

LA VISIONE GLOBALE

Fra le tante caratteristiche del Guerriero, c’è anche quella di non accontentarsi delle verità e delle illuminazioni che incontra lungo il suo percorso: il Guerriero è uno che crede, come ho avuto modo di dire nel mio romanzetto “Oltre il velo di Maya” [5]: “Nessun orizzonte sarà mai un traguardo” o, per dirla con il grande poeta Eugenio Montale: “Ogni ala di gabbiano porta scritto: più in là” [6, modificato]. E di cosa noi, novelli Guerrieri, non dobbiamo accontentarci? Secondo me è importante non accontentarsi degli aspetti più superficiali delle presunte verità della tradizione taoista: non dimentichiamo che molte delle spiegazioni dell’antico Taoismo erano preparate ad uso e consumo di genti incolte e analfabete, seppure ricchissime di intuito naturale, tipico dei semplici, dei poveri di spirito (nel senso più lodevole del termine). Per fare alcuni semplici esempi, rimanendo in campo medico: ci hanno sempre insegnato che il Rene afferra il QI di Polmone che scende, e se ciò non avviene correttamente, il QI di Polmone risale controcorrente (QI NI) e provoca dispnea. Ma è credibile questo? Ma come si fa a pensare che l’aria del polmone passi attraverso il diaframma, poi perfori il peritoneo e vada a raggiungere i reni? Ma chi l’ha mai vista l’aria nei reni? Proviamo ora a guardare questa spiegazione in modo olistico-globale, e l’interpretazione apparirà in tutta la sua immediatezza e semplicità: è sufficiente vedere il Polmone come un simbolo, ossia energia del Cielo che entra nel corpo, ed ecco comparire l’Ossigeno! E poi, è sufficiente vedere il Rene come il simbolo dello Yin più profondo che interagisce con l’Ossigeno, ed ecco che al posto del Rene, l’organello a forma di fagiolo, vedremo comparire il globulo rosso, l’emoglobina in esso contenuta e il gruppo prostetico eme, che aggancia l’Ossigeno e lo veicola tramite il sangue. Dunque non è il Rene che afferra il QI di Polmone! E’ l’emoglobina che aggancia l’Ossigeno! E lo fa con lo ione Ferro, che è Metallo, come il Polmone! Ora sì, che è chiaro perché si ha dispnea, qualora questo processo sia disturbato. Ma al meglio non c’è mai fine: io mi sono stupito non poco quando ho saputo che esiste un recettore sensibile alla saturazione di Ossigeno nel tubulo renale, che regola la secrezione di Eritropoietina a seconda che la quantità di Ossigeno aumenti o diminuisca. Quale maniera più sublime per esprimere in termini moderni il rapporto tra Polmone-Metallo e Rene-Acqua? E’ pertanto auspicabile che questo processo di interpretazione chiarificatrice – quasi un’esegesi! – continui senza sosta per approfondire sempre più lo studio di una verità che trascende la realtà, e lo scopo finale è sempre quello di aiutare chi soffre in modo sempre più consapevole, luminoso, efficace. Ma non basta.

Io posso anche aiutare dieci, venti o cento persone. Ma se io riesco a trasmettere la mia esperienza anche a soli dieci allievi, le persone che si possono aiutare decuplicano. E davanti a cento allievi che prendono coscienza, centuplicano! “Più che’l doppiar de li scacchi s’inmilla” [7] diceva il Divin Poeta. E io, molto più modestamente, affermo che non basta curare, bisogna insegnare a curare. Anzi, prendersi cura. Bisogna formare, forgiare i curatori, e poi formare i formatori; e così via, fino a realizzare un processo che si auto-alimenta. Nella mia esperienza, ho imparato che ci possono essere docenti e maestri: personalmente mi ritrovo in sintonia con la definizione del grande attore Giorgio Albertazzi, che di recente ebbe a dire: “I docenti insegnano quello che sanno. I maestri insegnano quello che non sanno: cercano insieme agli altri”. E, sempre riguardo a chi insegna, a chi dona la propria esperienza per condividerla con altri, in un percorso di crescita comune, mi ritrovo a pensare che

Il maestro mediocre informa

Il maestro bravo forma

Il maestro saggio ascolta, addita, e semina il dubbio

Ma solo il Maestro illuminato RISVEGLIA

E, risvegliando la consapevolezza assopita di sonnambuli che credono d’agire e invece si muovono soltanto in una frenetica danza di dormienti, mostra la limpida verità, enucleandola e liberandola dal velo della realtà, come ci insegna il maestro Jodorowski [8]:

Se riusciamo a concepire il Dio interiore [ossia, la nostra essenza consapevole risvegliata, n.d.A.], tutto quello che ci finisce tra le mani, tutto quello che ascoltiamo, vediamo, sperimentiamo, può trasmutarsi in simbolo e oggetto di sapienza. Quello che viene disprezzato non deve essere necessariamente disprezzabile. Ù

In un monastero, un anziano priore, un vero santo, non riesce a nascondere la tristeza.

- Perché è tanto triste, padre? – gli chiede un giovane monaco

- Perché comincio a dubitare dell’intelligenza dei miei fratelli riguardo alle grandi realtà di Dio: è già la terza volta che ho mostrato loro un fazzoletto di lino su cui ho disegnato un puntino rosso, e ho chiesto di dirmi che cosa vedono. Tutti mi hanno risposto ‘un puntino rosso’, e nessuno ‘un fazzoletto di lino’ “

Dice Goethe: “Sapete qual è la cosa più difficile del mondo? E’ la più semplice: vedere con gli occhi ciò che davanti agli occhi sta”.

Questo processo di trasposizione (quasi una forma di translitterazione concettuale-filosofica) dall’antica filosofia taoista alle scienze moderne investe un ampio orizzonte del sapere attenuando sempre più la separazione esistente tra i vari campi delle discipline scientifiche, artistiche, filosofiche, psicologiche, mediche, per assurgere a un’unica forma globalizzante di “olismo sapienziale” che, in fondo, ci riporta a migliaia di anni fa quando il filosofo era contemporaneamente fisico, astronomo, medico e artista (come, d’altro canto, in tempi più recenti è stato anche Leonardo da Vinci). Anche le scienze umane hanno ricevuto notevole impulso da questo nuovo-antico paradigma mentale, e in particolare la psicologia, come ci conferma Roberto Sassone in questa ampia disamina sull’essere uomo [9]:

IL CORPO MEDITA, SE LA MENTE NON LO IMPEDISCE

Negli ultimi anni la richiesta di spiritualità è diventata sempre più evidente e naturalmente, secondo la logica che caratterizza il nostro secolo, questa esigenza è sfruttata come bene di consumo. E’ dovere del ricercatore sincero approfondire questo argomento per restituire ad esso la sua nobiltà e la sua importanza fondamentale, riconducendolo anche all’attuale paradigma sistemico della scienza.

Il titolo di questo intervento contiene volutamente una piccola provocazione perché, secondo l’approccio sistemico, anche la mente è una funzione del corpo, intendendo per corpo la totalità dell’individuo.

[………]

Cito le sue parole: “Lo yogi tende a ritirarsi dall’esistenza comune. (…) Se conquista Dio, sembra perdere la vita, mentre se dirige i suoi sforzi verso l’esterno per conquistare la vita, corre pericolo di perdere Dio. Così si è venuta formandosi in India un’acuta incompatibilità fra la vita del mondo e la perfezione spirituale”. [10]

Ma questa concezione sta gradualmente mutando da quando il pensiero orientale inizia a fondersi con il meglio della scienza occidentale.

In ogni caso il corpo è il crogiolo in cui avviene il processo alchemico che conduce alla produzione dell’oro, ovvero alla produzione di quello stato di coscienza in cui l’uomo percepisce la sua unità ed il suo collegamento con la sostanza che sottende ad ogni manifestazione della vita. Quindi è nel corpo il segreto, nella sua possibilità di sviluppo e di trasformazione.

Nella prima metà del ‘900 è vissuto Wilhelm Reich, uno psichiatra allievo di Freud, che è stato un vero precursore in molti campi, ma soprattutto il suo grande contributo è stato quello di inserire nella psicoterapia il corpo, completamente ignorato dalla psicoanalisi. Egli colse l’intimo collegamento tra psiche e corpo, più esattamente tra emozioni rimosse, blocchi muscolari cronici e strutture cognitive ed ideologiche. Da lui nasce la visione dell’uomo come sistema complesso in cui le diverse funzioni interagiscono continuamente. Il carattere di ogni individuo si forma in base a come le funzioni biologiche, istintuali, emozionali e cognitive si strutturano. Ogni sistema ha una sua coscienza che è la conseguenza dell’intelligenza del sistema stesso.

In tal modo egli svincolò il concetto di coscienza dalla concezione metafisica ed astratta che si aveva di essa e la rese immanente nell’unità corpo-mente. Il substrato che sottende ogni processo dell’uomo è l’energia vitale che pulsa in esso; questa pulsazione è, secondo Reich, la stessa pulsazione dell’universo.

L’essere umano quindi è intimamente collegato al cosmo nella sua natura più essenziale. Ma è proprio questa natura essenziale che viene congelata, deviata e mortificata, a causa della repressione delle pulsioni spontanee dell’individuo. Nella nostra cultura ognuno di noi è costretto a formare una corazza caratteriale che ci imprigiona e che fa morire il contatto profondo con il nostro nucleo vitale e di conseguenza rende distorto il contatto con gli altri e con ogni manifestazione della vita. Poiché la coscienza degli esseri umani è strettamente dipendente dal loro funzionamento, c’è anche un offuscamento della coscienza, se il sistema non è coerente.

Successivamente un altro grande uomo, Alexander Lowen, esplorò altri aspetti della inesauribile ricchezza del corpo e della sua intelligenza. Nacque così la bioenergetica che nel significato del termine racchiude l’intimo contatto tra energia e vita.

Da loro venne un grande contributo, che poi la teoria dei sistemi ha approfondito: ovvero che se modifichi la relazione tra le parti del sistema e le rendi più funzionali, il sistema si riorganizza e quindi si modifica anche l’intelligenza del sistema, che alcuni chiamano la mente del sistema e che a me piace chiamare coscienza.

Tutto questo avviene, senza invocare nessuna dottrina spirituale, senza aderire a nessun maestro. Eppure accade una cosa sorprendente, che continua a commuovermi. Quando i miei pazienti, dopo un percorso di scioglimento della corazza caratteriale che consiste, semplificando molto, nella liberazione delle emozioni represse nel corpo, unita alla comprensione storica del processo, iniziano a sentire la loro pulsazione vitale, non più irrigidita dalle resistenze psicoemozionali, entrano in uno spazio di coscienza che ritroviamo identico in molte descrizioni di maestri spirituali. In quei momenti e in quello stato la mente tace e diventa complice dell’intero sistema, assaporandolo come silenziosa testimone. E’ uno stato di meditazione, è uno stato di Presenza. Il corpo stesso è cosciente ed è coscienza.

Diceva Sri Aurobindo che il corpo è una forma di coscienza. Mère, la sua compagna spirituale, diceva che solo il corpo può veramente comprendere. Da queste osservazioni si può capire cosa intendo dire quando affermo che il corpo medita.

Ora però vorrei spiegare la seconda parte del titolo del mio intervento: “se la mente non lo impedisce”. Detto in questo modo può sembrare che io stia sancendo la separazione tra mente e corpo, contraddicendo ciò che ho espresso precedentemente, ovvero che la mente è parte del sistema corpo.

La contraddizione è presto sciolta precisando che la mente che impedisce è la mente disfunzionale, ancorata ai pregiudizi, ai condizionamenti del passato, alle rimozioni dei contenuti libidici ed emozionali, alle sublimazioni, alle razionalizzazioni. E’ evidente che la corazza caratteriale di cui parlano Reich e Lowen è contemporaneamente una gabbia percettiva, emotiva, mentale e cognitiva, ed in base ad essa la mente sviluppa una rappresentazione del mondo che traduce l’esperienza sottostante del sistema. Non dimentichiamo che il cervello rettile e quello limbico si sono sviluppati precedentemente in un periodo molto più lungo rispetto al sistema corticale e che quindi hanno una presa maggiore sulle funzioni mentali che evolutivamente rappresentano una fase ancora giovane. L’uomo è un essere di transizione, diceva Sri Aurobindo. La sua evoluzione non è ancora terminata. Questa mente, incrostata dalla repressione dei movimenti vitali repressi e deviati, è diventata uno schermo. Avendo perso il contatto con le funzioni vitali naturali, l’uomo si rifugia nelle funzioni mentali; se ne va nella testa. In questo modo non viviamo più la vita, ma la pensiamo. Diventa una vita virtuale. Certamente non è casuale che siano aumentate le relazioni tramite web, in cui ognuno può rappresentare se stesso secondo le sue fantasie, diventando un simulacro.

Non riuscendo più ad avere presa sulla vita per mezzo della percezione, cerchiamo di averne con la mente, creando costruzioni, illusioni, false spiegazioni. Così la mente si è ipertrofizzata ed invece di essere uno strumento che traduce la nostra creatività, diventa la nostra aguzzina. Non siamo noi a pensare, ma è la mente che ci pensa.

L’effetto di questa invasività della mente è che ormai noi ci identifichiamo con essa. Invece di avere la percezione dell’identità, l’esperienza di esserci, sentiamo un’identità fittizia fatta di rappresentazioni. Ormai la mente è in ogni nostra azione, persino nella sessualità. Non vediamo un fiore, un albero, uno sguardo, ma ce lo rappresentiamo. Mentre guardiamo, facciamo delle osservazioni, delle interpretazioni. Così ci sfugge l’esperienza diretta dell’oggetto. Ecco perché la mente impedisce al corpo di meditare! Il corpo nella sua dimensione vitale, cellulare, vegetativa è più vicino alla natura. Infatti, quando ci apriamo alle sensazioni, al respiro, alla pulsazione, la mente perde la sua presa e gradualmente si destruttura ed acquista una sua funzionalità naturale. Non dobbiamo dimenticare infatti che anche la mente è una funzione naturale dell’evoluzione. Quindi non è la mente di per sé ad essere un ostacolo, ma la sua disfunzionalità.

Reich andò constatando che, quando si scioglie la corazza caratteriale, appare nell’individuo un nuovo modo di funzionare; questo nuovo assetto della personalità lo chiamò carattere genitale.

Ma la cosa più sorprendente è che nei pazienti avvenivano delle modificazioni sostanziali. “La nuova struttura psichica -dice Reich- sembrava ubbidire a leggi che non avevano nulla in comune con gli abituali dettami e concezioni della morale. Essa obbediva a leggi che mi erano nuove e di cui non avevo mai sospettato l’esistenza. Emergevano atteggiamenti morali che, pur essendo perfettamente validi sul piano sociale, erano in netto contrasto con le concezioni abituali”. [11] La profonda contraddizione tra’io voglio ed io non posso’ veniva superata. Ad essa si sostituiva un “ragionamento” che vorrei quasi chiamare “vegetativo”(…) Le azioni si ordinavano secondo un principio “autoregolatore”. Questa autoregolazione comportava a sua volta una certa armonia poiché eliminava e rendeva superflua la lotta contro una pulsione frenata, ma che continuava a farsi sentire”. “L’autoregolazione sottrae energia ad un desiderio che non può essere soddisfatto, trasferendola su altri oggetti o partner”. Reich afferma quindi che l’individuo, ricondotto al contatto autentico con sé, sviluppa spontaneamente una morale naturale che lo pone in una relazione amorevole con gli altri e con la natura e sviluppa inoltre un non attaccamento all’oggetto di desiderio e una coscienza ecologica.

Ma le sue ricerche lo portarono molto oltre, fino al punto di dire che in principio c’era l’energia cosmica. Questa energia si organizza in maniera speciale e produce tutti gli esseri viventi, compreso l’uomo. L’uomo è un frammento di essa. Nell’essere umano questa energia cosmica produce un livello più avanzato di evoluzione, l’io, la consapevolezza di sé.

In questa visione dell’individuo vi sono dei chiari richiami ad alcune concezioni orientali che riguardano lo sviluppo delle qualità etiche a cui fanno riferimento gli yogasutra di Patanjali ed il sentiero del Buddha come la compassione, l’amorevolezza, l’equanimità e la discriminazione, e riguardano anche la dimensione cosmica dell’uomo, considerato particella divina.

Da queste considerazioni emerge evidente come, partendo da un approccio prettamente corporeo, si giunge spontaneamente a toccare esperienze e temi che sono ancora considerati di esclusiva pertinenza spirituale. Prende forma così una tendenza nuova e molto proficua che sana la scissione tra mente e corpo, tra materia e spirito, che appartiene alla visione giudaico-cristiana.

In un libro di grande rilievo, La spiritualità del corpo, Alexander Lowen [12] dice testualmente nell’introduzione: “Quando mente e corpo sono separati la spiritualità diventa un fenomeno intellettuale – una fede anziché una forza vitale – mentre il corpo diventa semplice carne, o un laboratorio biochimico come nella medicina moderna. Il corpo despiritualizzato è caratterizzato da una relativa insensibilità e mancanza di grazia.” “La vera grazia non s’impara: è un dono di natura che l’uomo riceve in quanto creatura di Dio. Ma quando la si perde la si recupera soltanto a patto di ristabilire la spiritualità del corpo.”.

Anche Lowen quindi recupera il corpo alla spiritualità che non è più intesa come qualità metafisica, ma che nell’essere umano coincide con il ritrovamento del contatto con l’energia vitale. Egli infatti aggiunge: “Una prospettiva energetica ci darà modo di comprendere la vera natura della grazia e della spiritualità del corpo, senza tuttavia diventare mistici”. L’ultima svolta della scienza è il paradigma quantistico che apre un nuovo capitolo della scienza che recupera fisica e metafisica, spirito e materia e che rivoluziona la conoscenza del meraviglioso fenomeno uomo. Un fruttuoso prodotto di ciò è la PNEI, psiconeuroendocrinoimmunologia. In un suo articolo Francesco Bottaccioli, dice che “l’originalità della PNEI consiste nell’idea che non sia possibile studiare, efficacemente, l’attività dei grandi sistemi biologici e della psiche, separandoli tra di loro. Nella realtà del vivente, essi s’influenzano reciprocamente, dialogano tra loro, attraverso molecole che, spesso, solo artificiosamente, vengono assegnate a questo o a quel sistema e quindi a questa o a quella specializzazione medica” [13]. Con la teoria dei sistemi si afferma che ogni sistema è soggetto a trasformazione e che tale trasformazione si esprime nei progressivi cambiamenti di assetto del sistema. Modificando il sistema si modifica l’intelligenza stessa del sistema, per cui la coscienza è contemporaneamente causa ed effetto del sistema. Forma, struttura, organizzazione e coscienza coincidono in una visione olistica ed integrata. Compare un nuovo elemento che diventa un codice essenziale: l’informazione. Dice Candace B. Pert : “Le informazioni, ecco la tessera mancante che ci consente di superare la scissione tra corpo e mente della concezione cartesiana; perché le informazioni per definizione non appartengono né al corpo né alla mente, anche se riguardano entrambi”.[14].

L’informazione connette ogni elemento della struttura e determina quindi la relazione, altro aspetto fondamentale. Ogni sistema riceve informazioni ed attraverso di esse si autoregola. Contemporaneamente invia informazioni ad altri sistemi che si autoregolano in base ad esse. L’universo è una danza di informazioni e di relazioni e l’uomo ne è immerso. Tutto ciò è la mente dell’universo, non la mente che intendiamo noi, relativa ai processi cognitivi, ma come la intende Gregory Bateson, ovvero “la struttura che connette”. Egli infatti sostiene l’esistenza di una “sacra unità della biosfera” per la quale tutte le manifestazioni viventi sono collegate. E’ una mente che è un non-luogo, molto simile alla concezione buddista del vuoto che però non è mancanza di qualsiasi cosa, ma è un pieno di significato e non di sostanza. Le parole non sono adeguate a definire queste intuizioni e queste esperienze.

Diventa evidente che questa concezione rende impossibile continuare a parlare di corpo, di mente, di organi, di anima, con le stesse categorie meccanicistiche, riduzionistiche, mistiche risalenti soltanto a qualche decennio fà. Ed anche il titolo del mio intervento dovrebbe diventare: “Il corpo medita se ha le giuste informazioni”, ovvero se il sistema uomo ripristina una rete più funzionale di informazioni e di relazioni tra le sue parti.

A questo punto cambia anche l’ottica con cui osservare la meditazione, per cui si può affermare che essa sia un processo attraverso il quale si riorganizza il sistema-uomo. Dice Candace Pert: “La meditazione, anche senza la nostra collaborazione cosciente, permette il rilascio di emozioni rimaste cristallizzate sotto forma di blocchi che sovvertono il sano fluire delle sostanze biochimiche nell’unità mente-corpo”. [15]. Anche Bottaccioli, dice che la meditazione produce “(…) un rilassamento profondo che non ottunde l’attenzione, anzi la potenzia; un maggiore controllo dei circuiti neuroendocrini e specificamente di quello dello stress; una maggiore coerenza cerebrale, una migliore comunicazione tra gli emisferi, una maggiore capacità di adattamento”. [16]. Può sembrare un discorso poco romantico, senza afflati mistici, ma forse sono proprio questi afflati suggestivi, condizionati da un idealismo preconfezionato, che impediscono all’individuo di meditare con il giusto atteggiamento, in maniera pulita, senza preconcetti ed attese. Mentre appare più chiaro che l’idea trascendente della spiritualità, toglie sacralità all’individuo corporeo, immanente, con i suoi misteriosi processi biologici che sono continuamente sostenuti da una saggezza sconosciuta. Possiamo mai pensare che la coscienza che sottende questi processi non sia la stessa coscienza che muove i pianeti, le stelle e le galassie?

Sono fermamente convinto che proprio il paradigma olistico della scienza, la fisica quantistica e la PNEI saranno lo strumento per ricondurre l’uomo ad una concreta spiritualità perché è nel corpo il segreto della nuova evoluzione, nelle cellule.

Dice Sri Aurobindo in un suo sonetto: “Luce che freme d’estasi nei nervi! Luce, Luce creatrice! Ogni cellula ardente, infiammata in una vampa di muto rapimento, conserva un senso vivo dell’Imperituro”. [17]:

Light in its rapture leaping through the nerves!

Light, brooding Light! each smitten passionate cell

In a mute blaze of ecstasy preserves

A living sense of the Imperishable

.

E Mère, sua compagna di avventure, così aggiunge: “Le cellule sono capaci di vibrare al contatto della gioia divina…[18]”

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

E quando scopriamo che nell’antichissimo testo sapienziale dell’I Ching sta nascosta la descrizione del DNA [19]; quando diventa chiaro che nell’incipit del Tao Tè Ching risuonano le parole di Eraclito (“panta rei”, tutto scorre) e che questo è in perfetta sintonia con le più moderne teorie della fisica (la mutevolezza e l’impermanenza del Tao la si ritrova nella trasformazione di materia in energia, nella teoria delle superstringhe, nella teoria del “Multiverso”, e così via); quando con una semplice immagine dell’antica tradizione Induista si ritrovano modernissime vedute sulle dimensioni nascoste (come ad esempio gli spazi di Calabi-Yau)… beh, a questo punto tornano prepotentemente alla mente le parole di Marcel Proust, parafrasando le quali possiamo affermare che: “Nella ricerca del Vero non importa cercare nuovi luoghi, ma osservare quello che già conosciamo con occhi nuovi”. Ed è proprio il guardare ogni giorno con occhi nuovi la vera Rivoluzione, il cambio di marcia, la nostra nuova –vera! – primavera: abbiamo avuto la Primavera di Praga, la Primavera di piazza Tian An Men… ora cechiamo di realizzare, tutti insieme, la Primavera dell’Anima…

Queste cose son realizzabili solo dagli scienziati? Oppure dai filosofi, o dai poeti, o dagli studiosi? No di certo! Forse la cultura è per pochi, ma la Verità è per tutti!

Sentiamo, a questo proposito, l’illuminante considerazione di Margherita Hack [20]: “Il filosofo Seneca affermava che se le stelle, anziché brillare sopra le nostre teste, fossero visibili solo da un particolare luogo del pianeta, tutti vorrebbero andarci per assistere allo spettacolo”: questo è, in fondo, esattamente ciò che accade per la filosofia, in quanto tutti pensano che sia relegata nei libri o che sia un tesoro per pochi sapienti, quando invece è un tappeto di luce che brilla sopra tutti noi costantemente ed è alla portata di tutti, anche dei meno acculturati.

Dopo quanto detto, non resta che auspicare la concretizzazione di questa sete di verità, tanto da portare alla realizzazione di iniziative pratiche volte non solo a studiarla, a raccontarla, a guardarla, ma soprattutto a viverla, incarnarla, attualizzarla. E’ per tale motivo che mi impegno personalmente, nell’anno appena nato, a proporre alla SIA di organizzare un seminario sulla MTC in relazione alle moderne vedute della scienza attuale, nel tentativo di far germogliare senza sosta i semi e i suggerimenti donatici da maestri come Capra, Chopra, Gurdjieff, Prigogine, Thich Nhat Hanh e molti altri, nell’intento sempre attuale dell’insegnamento di Alessandro Manzoni:

“Il santo Vero mai non tradir

Né proferir mai verbo

Che plauda al vizio o la Virtù derida” [21]

BIBLIOGRAFIA

1. Caspani F: L’antica tradizione rinnovata. Seminario della Società Italiana Agopuntura: “La Nuova Tradizione”. Milano-Sowen, 06 Dicembre 2008.

2. Sassone RM: La ricerca dell’amore. Ed. Anima, Milano 2010

3. Coelho P: Manuale del guerriero della luce. Ed. Bompiani, Milano 1997

4. Bassano Di Tufillo S: Piccola storia dei Peanuts. Ed. Donzelli, Roma, 2010

5. Lomuscio A: Oltre il velo di Maya. In: www.albertolomuscio.it/Racconti/Didattici

6. Montale E: Maestrale. In: Tutte le Poesie, Ed. Feltrinelli, Milano 1991

7. Alighieri D: La Divina Commedia. Par., XXVIII, 93. Ed. Mondadori, Milano 2007

8. Jodorowski A: Cabaret mistico. Ed. Feltrinelli, Milano 2008.

9. Sassone RM: Il corpo medita se la mente non lo impedisce. Atti del Convegno “Essere umano; prospettive per il futuro”, Università di Milano-Bicocca, 12-13 Novembre 2010

10. Aurobindo S: La Sintesi dello yoga, pag 15. Ed, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1969

11. Reich W: La Funzione dell’Orgasmo, pp. 190-193. Ed. Net, Milano , 2005

12. Lowen A: La spiritualità del corpo, pp. 8-9. Ed. Astrolabio, Roma 1991

13. Bottaccioli F: Mente, cervello e immunità. In: www.sipnei.it/pnei.asp

14. Pert CB: Molecole di emozioni, pag. 313. Ed. Tea, Milano , 2009

15. Ibidem, pag. 351

16. Bottaccioli F: Psiconeuroendocrinoimmunologia, pag. 266. Ed. Red, Milano 2005

17. Aurobindo S: Light. Da: Sonnets, Vol.5. In: www.aurobindo.ru/workings/sa/05/index_e.htm

18. Satprem -La Mente delle cellule, pag 178. Ed. Mediterranee, Roma 1985

19. Yan JF: DNA and the I Ching. Ed. North Atlantic Books, Berkeley-CA, 1991

20. Hack M: Notte di stelle. Ed. Sperling e Kupfer, Milano 2010

21. Manzoni A: In morte di Carlo Imbonati. In: Manzoni, Tutte le opere. Ed. Avanzini e Torraca, Roma 1965

Gianfranco Rossi: “Il Guerriero della Luce”. Collezione personale.

(Per gentile concessione dell’Autore)

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