Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Ansia e Panico secondo l’approccio Analitico-Reichiano (Genovino Ferri)

8 giugno 2011

ANSIA E PANICO SECONDO L’APPROCCIO ANALITICO-REICHIANO
di Genovino Ferri (Presidente della Scuola Italiana di Analisi Reichiana)

In un’ottica analitica reichiana la paura è un indicatore dell’intelligenza del vivente, per molti versi accostabile alla sensibilità dolorifica.
In una visione filogenetico-evoluzionistica la sua distinzione dall’ansia non è così netta: nella scala della storia del vivente precede l’ansia intesa, negli organismi cognitivamente più complessi, come capacità di prevedere il pericolo nel tempo e nello spazio.
La paura quando “oltre soglia” è un potente e bruttissimo nemico della libertà, da non sottovalutare, essa va rispettata ma circondata con tutti i mezzi a disposizione che abbiamo.
Allora sentirla e leggerla “mettere gli occhi” su di essa, ovvero conoscerla e saperne di più.

In una lettura descrittiva e orizzontale i momenti costitutivi del fenomeno globale paura possono essere così rappresentati:
• se qualcosa di minaccioso piomba improvvisamente su di un soggetto, che vive la sua esperienza di essere nel mondo secondo la modalità dell’accoglimento e della protezione, la paura è spavento e ciò che fa spavento è di solito qualcosa di noto e familiare;
• se invece ciò che è minaccioso ha il carattere dell’estraneità più completa la paura è orrore;
• quando ciò che è minaccioso si presenta come orribile e nello stesso tempo ha il carattere della subitaneità, la paura è terrore;
• quando il terrore si intensifica al massimo si verifica il panico, caratterizzato dall’impulso cieco alla fuga precipitosa dal mondo in cui si è.
Ma conoscerne e saperne di paura è anche verticalità e allora “mettere gli occhi nelle parole” e leggerle nella loro profondità. Le parole sono scrigni di intelligenza filogenetica accostabili ai geni, portano la freccia del tempo stratificato neghentropicamente “dall’espressione corporea all’espressione verbale”.
Nei diversi lessemi questo sentimento viene espresso in tre modi diversi: dolore e preoccupazione o correre-saltare-agitarsi-tremare o sperimentare e rischiare.
• In termini di radici originarie abbiamo il pavére (essere spaventati), un verbo che indica uno stato di abbattimento causato da uno shock, oppure il pavor che è un sostantivo deverbativo con suffisso in -or, tipico del genere animato che designa la forza che agisce, non uno stato. Il senso principale di pavor è “sono colpito” che indica anche una minacciosità futura.
• Altro vocabolo per indicare paura è timor, il verbo originario è tĭměo, che significa condensare, pigiare, coagularsi, bloccarsi, un movimento che esprime un irrigidimento, un pietrificarsi, una paralisi.
• Esiste il terror, derivato da terrēo, tremare, vibrare, far tremare.
• Poi c’è orrore, da horrēre, divenire irto, drizzarsi, irrigidirsi, sensazione fisica che fa accapponare la pelle e drizzare i capelli.
• Ancora c’è il verbo greco fòbos, spaventare, far fuggire.
• E ancora ansia, anxia femminile di anxius, affannoso ed inquieto che procede da timore e da desiderio.
• Angoscia angustia da àngere, stringere, soffocare. Una sensazione dolorosa di stringimento all’epigastrio accompagnata da gran difficoltà di respiro e da profonda tristezza.
• Panico panikòs, da Pan Pane, divinità boschereccia dalle corna e dai piedi di capro che con il suono della sua zampogna incuteva improvviso e pazzo spavento.

“Quanto linguaggio del corpo!”
Per rinforzare questa esclamazione è opportuna una descrizione della paura di Charles Darwin (1837):
«la paura è spesso preceduta da stupore [...]. gli occhi e la bocca si spalancano, le sopracciglia si alzano [...]. Il cuore batte a colpi precipitosi e violenti [...] la pelle impallidisce come all’inizio di una sincope [...]. Nei casi di intenso spavento si produce una traspirazione sorprendente; questo fenomeno è tanto più rilevante perchè in quel momento la superficie cutanea è fredda, da cui il termine popolare di “sudori freddi”, [...] inoltre i peli si drizzano e dei brividi percorrono i muscoli superficiali. Nello stesso tempo in cui la circolazione si altera, la respirazione precipita. Le ghiandole salivari funzionano in modo imperfetto: la bocca diventa asciutta e si apre e chiude spesso. Ho anche notato che in situazioni di leggera paura vi è la tendenza a sbadigliare. Uno dei sintomi più caratteristici è il tremito che scuote tutti i muscoli del corpo e che sovente appare dapprima sulle labbra. Questo tremore e la secchezza della bocca alterano la voce che diventa rauca e indistinta e può anche sparire del tutto».

In una lettura clinica ed orizzontale la paura è poco considerata, sarebbe infatti solo “una risposta ad una minaccia o pericolo esterno coscientemente riconosciuti ”.
«Davanti a cosa abbiamo paura?» si interroga Martin Heidegger (1919).
Ciò che fa paura è sempre qualcosa che si incontra nel mondo e possiede il carattere della minacciosità.
Conoscerla clinicamente è quindi conoscerla nelle sue declinazioni interne.
Il DSM IV-TR, un manuale di criteri diagnostici “molto molto” opinabile, ma certamente un riferimento conosciuto da tutti gli operatori, ha il merito di aver introdotto la possibilità di una piattaforma comune nel mondo “psi” da cui muoversi, confrontarsi ed andare oltre.

I disturbi d’ansia in alcune essenzialità.

Su ansia e panico, come analisti reichiani, notiamo che nel DSM IV-TR si schiaccia il tempo interno, non si distingue fra ansia e angoscia, c’è un abuso del vocabolo panico in quanto estensibile anche ad una crisi d’ansia e soprattutto la “nevrosi” non è più contemplata.
Un attacco di panico secondo il DSM IV-TR è un periodo di paura o disagio intensi, durante il quale quattro o più dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:
 palpitazione, cardiopalma, o tachicardia
 sudorazione
 tremori fini o a grandi scosse
 dispnea o sensazione di soffocamento
 sensazione di asfissia
 dolore o fastidio al petto
 nausea o disturbi addominali
 sensazione di sbandamento, instabilità, di testa leggera o di svenimento
 derealizzazione, (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi)
 paura di perdere il controllo o di impazzire
 paura di morire
 parestesie (sensazione di torpore o di formicolio)
 brividi o vampate di calore

Se l’attacco di panico è ricorrente si configura il disturbo di panico con o senza agorafobia.
Agorafobia: ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di attacco di panico inaspettato. I timori agorafobici riguardano tipicamente situazioni caratteristiche che includono essere fuori casa da soli, essere in mezzo alla folla o in coda, essere su un ponte e il viaggiare in autobus, treno o automobile. Le situazioni vengono evitate o viene richiesta la presenza di un compagno.
Fobia specifica: una paura marcata e persistente, eccessiva ed irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazione specifici. L’esposizione allo stimolo fobico crea una risposta ansiosa immediata (può prendere forma di attacco di panico situazionale) la persona riconosce che la paura è eccessiva e irragionevole e che interferisce in modo significativo con il funzionamento lavorativo, con le altre attività e relazioni sociali.
Si distinguono fobie specifiche di tipo animale se la paura viene causata da animali ed oggetti, di tipo naturale se causate da temporali, altezze, acqua, neve, di tipo sangue-infezioni-ferite se la paura viene provocata dalla vista del sangue o dal ricevere un iniezione o da altre procedure mediche invasive e di tipo situazionale se la paura viene provocata da ponti, tunnel, ascensori, guidare, volare o luoghi chiusi.
Fobia sociale: una paura marcata e persistente di situazioni sociali o prestazionali nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o a possibile giudizio degli altri, l’individuo teme di agire in modo umiliante o imbarazzante. L’individuo riconosce che la paura è eccessiva e irragionevole e che interferisce in modo significativo con il funzionamento lavorativo e le altre attività e relazioni sociali.

Qualche dato particolare epidemiologico-evoluzionistico.

Ci aiuta ad inforcare gli occhiali della freccia del tempo neghentropica “filogenetica”.
Nella popolazione generale gli attacchi di panico si verificano fino al 30-35%, anche se solo nel 5-7% dei casi la frequenza e l’intensità dell’attacco consente di configurare la presenza del disturbo da attacchi di panico. Nella stragrande maggioranza dei casi, almeno nel 90% il primo attacco accade fuori per strada, sui mezzi di trasporto o in locali pubblici. Meno frequente a scuola o a lavoro. Molte persone cercano aiuto facendosi accompagnare al pronto soccorso o facendosi visitare da un medico entro 24 ore.
Lievemente superiore nelle donne rispetto agli uomini il Disturbo da Attacco di Panico presenta una comorbiltà più frequente con l’alcolismo. È quasi certo che tutti i casi di sindrome alcolica che guariscono con antidepressivi sono originariamente attacchi di panico.
Anche le fobie sociali sono in comorbilità con l’alcolismo nel 20−30% dei casi. Le fobie sono i disturbi con la più alta prevalenza nella popolazione generale e le fobie specifiche rappresentano la sindrome psichiatrica più frequente nelle donne e la seconda negli uomini.
Dal punto di vista della genetica della popolazione, gli esseri umani attuali sono da considerarsi dei cacciatori-raccoglitori dell’Età della Pietra. La nostra costituzione genetica è praticamente la stessa dei nostri antenati del tardo Paleolitico di 30.000 anni fa, ma il nostro ambiente di vita è diverso da allora.
Il ritardo del genoma umano nell’adattarsi alle nuove condizioni ambientali è comprensibile considerando che tali novità ambientali sono recentissime: tutte successive alla nascita dell’agricoltura, circa 10.000 anni fa e moltissime conseguenti alla rivoluzione industriale degli ultimi 200 anni. Queste differenze spiegano l’apparente irrazionalità di alcune reazioni fobiche e la prevalenza di certe fobie su altre.
Nel 1897 Stanley Hall (1881) scriveva «in 1701 persone ho potuto descrivere 6456 differenti paure [...] sembra che i più temuti siano i temporali, quindi i rettili e subito dopo il buio e gli sconosciuti, mentre il fuoco, la morte, gli animali domestici, la malattia, gli animali selvatici, l’acqua, i fantasmi, gli insetti, i topi, i ladri, le bufere e la solitudine riflettono livelli decrescenti di paura [...]»
I moderni studi epidemiologici confermano questo classico resoconto. In un campione di 8098 persone di età compresa fra i 15 e 54 anni è emerso che il 49,5% aveva o aveva avuto nel corso della vita almeno una paura eccessiva ed irrazionale. Gli stimoli fobici più comuni sono risultati essere: gli animali (22,5%) da ascrivere in larga misura ai serpenti, l’altezza il (20,4%) ed il sangue (13,9%). È evidente che i meccanismi che controllano la paura sono “tarati” per rispondere ai pericoli che erano frequenti e letali nell’ambiente in cui l’uomo ha vissuto gran parte della sua storia biologica. Infatti, nonostante nell’ambiente attuale di vita gli incidenti mortali causati dai morsi di un serpente siano incredibilmente più rari di quelli causati dalle automobili, la fobia nei confronti dei rettili è molto diffusa, mentre quella per le automobili è praticamente inesistente.
Altre fobie come quella dei temporali, dei ragni, dell’altezza, dei luoghi chiusi e del sangue sono molto diffuse, ma non quelle per le armi da fuoco o per i pesticidi. In modo simile i bambini hanno paura del buio e dei rumori improvvisi, ma non delle prese elettriche e dei detersivi. Nonostante una massiccia propaganda è difficile inculcare la paura per il fumo di sigaretta o per la dieta ricca di grassi, e la maggior parte delle persone è più intimorita da una banale sutura chirurgica che da una radiografia pur sapendo dei rischi connessi all’esposizione a radiazioni ionizzanti.
Da questi dati si evidenzia che i meccanismi che controllano la paura ignorano situazioni evolutivamente nuove.
Da considerare poi che i pericoli ambientali che mettono a repentaglio la sopravvivenza e quelli che compromettono i rapporti affettivi rappresentano due minacce ben distinte in termini di adattamento biologico.
Infatti la funzione della paura fobica è l’evitamento o la fuga da situazioni che minacciano l’integrità fisica o la sopravvivenza, mentre la funzione adattiva della paura da separazione è quella di preservare il legame con la figura di attaccamento e di favorire la protezione da parte di conspecifici con i quali siano già stati stabiliti legami affettivi.
La distinzione fra paura di separazione e paura fobica è comunemente accettata nella clinica e le due condizioni sono trattate con classi farmacologiche distinte. Donald Klein (1960) nei primi anni 60 dimostrò come l’imipramina (Tofranil), fosse efficace nella terapia dell’agorafobia e degli attacchi di panico e al contrario le benzodiazepine fossero efficaci nel ridurre la reazione di paura ad oggetti fobici.
“Quanto è vera questa distinzione anche in chiave analitica reichiana!”
Ci conduce dritti alla Paura della Castrazione, intesa come minaccia vitale per il Sé ed alla Paura della Separazione, intesa come possibilità di perdita dell’oggetto per il Sé.
Con esse entriamo nella lettura dell’Albero delle Paure (Figura 1) a partire dal suo tronco “la freccia del tempo neghentropica ed ontogenetica”.

Il quando, il come e il dove ontogenetici

Figura 1.
A) Illustrazione dell’Albero delle Paure nella sua parte sinistra.

Il carattere è un insieme di tratti ed altro, una combinazione peculiare ed unica nella sua diversità per i suoi contenuti e per il suo contenente e in Analisi Reichiana le costellazioni prototipiche di tratto si estendono fino alla fase intrauterina, perchè una prospettiva in termini di freccia del tempo neghentropica non può che essere quella dell’intera esistenza dell’uomo, dal concepimento in poi.
Le fasi evolutive individuate da Freud (1899) sono state approfondite ed estese considerando anche la vita intrauterina prenatale. Possiamo identificare così: la fase autogena, che trova i suoi confini nella fecondazione e nell’annidamento, la fase trofo-ombelicale, che si colloca tra l’annidamento ed il parto-nascita, la fase oro-labiale, che si colloca tra il parto e lo svezzamento, la fase muscolare, che dallo svezzamento arriva fino al periodo edipico, la prima fase genito oculare (GO1), dal periodo edipico sino alla pubertà, la seconda fase genito oculare (GO2), dalla pubertà alla maturità.
Distinguiamo sei tratti caratterologici fondamentali (intrauterino, orale, coatto, fallico, isterico e genitale) e numerose derivazioni “sottotipiche” in funzione del segno inciso, della fase evolutiva in cui è avvenuto, del come si sono realizzati i passaggi di fase, della specifica relazione oggettuale con l’altro da Sé in quel tempo di fase, degli imprintings fissati precedentemente.
Gli imprintings ed i segni incisi si fissano in un luogo privilegiato che è “il corpo” ed i livelli corporei reichiani sono i luoghi del corpo che portano queste fissazioni. Essi rappresentano il primo ricevente della relazione oggettuale con l’altro da Sé, le aree di risonanza dei vissuti emozionali del lì ed allora, le interfacce periferiche delle fasi evolutive attraversate, puntuali nella loro dominanza in successione nel tempo. In una lettura complessa ci appaiono e ci raccontano tridimensionalmente la nostra storia stratificata ed “incisa” nel nostro corpo in una scansione non solo psichica dei fenomeni ma anche fisica nella loro espressività.
Wilhelm Reich (1933) distinse sette livelli corporei nella persona e li definì come «l’insieme di quegli organi e di quei gruppi di muscoli che sono in contatto funzionale tra loro, che sono capaci di indursi reciprocamente a compiere un moto espressivo-emozionale». Distinse così elementarmente il 1° livello, segmento oculare: fronte, occhi con le ghiandole lacrimali, zigomi, naso, orecchie; il 2° livello, segmento orale: labbra, mento, gola, nuca superiore occipitale; il 3° livello, segmento cervicale: muscoli bassi del collo, sternocleidomastoideo; il 4° livello, segmento toracico: muscoli intercostali, grandi pettorali, braccia, mani; il 5° livello, segmento diaframmatico: diaframma, epigastrio, parte inferiore dello sterno, stomaco, plesso solare, pancreas, fegato; il 6° livello, segmento addominale in cui è la prima grande bocca (area ombelicale), ovvero la zona di risonanza della seconda delle due fasi della vita intrauterina; il 7° livello, segmento pelvico: bacino, gambe.
Oggi, mettendoli in successione nel loro divenire sulla freccia del tempo neghentropico, proponiamo una sequenza che parte dal 6°, va al 2°, al 4°, al 3°, al 5°, al 7° e al 1°. “Livello corporeo”, quindi, con dominanza funzionale, puntuale e corrispondente alla fase evolutiva prevalente della storia della persona.
Inserendo la freccia del tempo neghentropico, la storia e il concetto di livello corporeo quale espressione periferica di fase, possiamo stabilire una correlazione chiara tra fase evolutiva, relazione oggettuale, livello corporeo, tratto caratterologico e possibili disturbi psicopatologici.
Nel nostro codice i sintomi, le sindromi, gli stati di crisi hanno una grande rilevanza perchè si collocano in un tempo analitico ed esprimono un senso storico, oltre che rappresentare l’espressione di un assetto di carattere incapace di sostenibilità energetico-relazionale nel qui ed ora. È una lettura che fa pensare ad un’altra affermazione di W.Reich (1933) «la differenza fra le nevrosi del carattere e le nevrosi sintomatiche sta nel fatto che in quest’ultime il carattere nevrotico produce anche sintomi».

B) Illustrazione dell’Albero delle Paure nella sua parte destra.

In Analisi Reichiana, coerentemente con quanto affermato, si ritiene che il tratto fobico abbia una valenza intrauterina e in combinazione-coprevalenza con altri tratti di fasi evolutive successive ed extrauterine rappresenti il terreno per possibili espressività “soprasoglia”, chiare nella peculiarità sintomatologico-sindromica.
E allora l’Arousal della finestra GO2 è una vigilanza ancora non patologica, una “reazione di risveglio” che ancora intercetta neghentropia.
L’Ansia in GO1 è un fenomeno cinetico e motorio, qualitativo ed orizzontale, di un campo energetico agitato e significativamente in superficie, che esprime una rilevanza dell’atteggiamento cinetico-motorio rispetto al viscerale di quella persona.
Le Fobie di animali e di oggetti sono spalmate fra le finestre GO1 e l’alta fase muscolare, mentre la fobia sociale è espressa dalla finestra della bassa fase muscolare in cui il salto dalla relazione del 2 a quelle del 3-4-5 è stato storicamente difficoltoso. Le fobie situazionali sono le agorafobie 1ª e 2ª distinte per maggiore o minore gravità se su “spazi” post-partum o post-svezzamento e la claustrofobia (la paura del rimaner chiuso, dell’essere circondato e rimanere dentro) che certamente precede sulla freccia del tempo le agorafobie ed il cui frattale è da ricondurre al tempo intrauterino.
L’Angoscia nella sua espressività prettamente premuscolare è un movimento d’energia da aumento o perdita, fermato da contrazione mal riuscita che esita in campo retratto e direzione centripeta. Nell’angoscia è interessata la visceralità, la zona della prima grande separazione, della fase trofo-ombelicale, dell’Edipo, dei transfert profondi.
Il Panico, che distinguiamo in primario e secondario-reattivo, comunque da separazione e/o da castrazione, è collocato nell’intrauterino profondo in cui è presente una dominanza rettiliana anche se solo nell’acuzie e per breve intervallo.

Il trattamento Analitico-Terapeutico Reichiano.

Noi tutti abbiamo tre schemi relazionali possibili di fronte alla paura: il primo è la paralisi-pietrificazone, l’altro è l’evitamento-fuga, la terza possibilità è la posizione di attacco-coraggio.
I lessemi del coraggio possono significare forte, robusto, esser pieno, muoversi con forza e vigore, ma c’è anche un’etimologia che si radica nel conoscere e nel comprendere: “il mettere gli occhi”.
E ancora un’altra in cui c’è l’osare, il dirigersi verso e per ultimo un lessema che si radica nel cuore: c’è tanto materiale per una proposta terapeutica.
Noi abbiamo 5 strumenti per provare a sconfiggere la paura.
Il primo è proprio la Posizione di Attacco-Coraggio, è un come di fronte alla paura atto ad aumentare il nostro campo di energia, a modificare la nostra posizione nella relazione con l’oggetto paura o con gli oggetti che ci fanno paura (realizzabile con l’attivazione dei livelli corporei capaci di affrontarla: occhi collo e torace).
Il secondo è fare Analisi del Carattere: l’analista risveglia l’interesse del paziente verso i tratti del suo carattere, per essere in grado di esplorarne l’origine ed analizzarne il significato e mostra al paziente il legame tra i tratti del suo carattere e i sintomi. In pratica all’inizio questo modo di procedere non è diverso dall’analisi di un sintomo.
Ciò che aggiunge l’Analisi del Carattere è l’isolamento del tratto caratteriale tramite il confronto continuo del paziente con esso, finché egli non giunge a vederlo obiettivamente e a trasformarlo in un sintomo egodistonico dal quale desidera liberarsi.
Per fare un esempio: quando arriva una persona con una dimensione di paura, che possiamo chiamare nucleo fobico o tratto fobico, possiamo disegnarle una figura, in cui “a” (Figura 2) rappresenta la nostra personalità globale e “b” (Figura 2) il nucleo fobico normalmente presente in una percentuale del 5-10% della nostra personalità. Se capita un evento di vita significativo, uno stress particolare o se sono capitati nella storia delle relazioni oggettuali di quella persona, questo nucleo o tratto si amplifica e va ad essere dominante (Figura 3): se permane per tempi significativi influenza tutto il suo stile ed informa il modo di relazionarsi. In realtà quel piccolo nucleo è diventato “tratto” e guadagna tutta una serie di posizioni quantitative all’interno della personalità diventando tratto dominante con “uno stile fobico evitante”.

Figura 2 Figura 3
Che cos’è un nucleo fobico? In chiave sistemico-neghentropica è un buco nero entropico, richiedente e assorbente, che attrae i livelli superiori stratificati fagocitandoli in una forte contrazione, in cui si ferma il tempo interno ed il movimento vitale.
Il terzo mezzo terapeutico è la Vegetoterapia Carattero-Analitica e in special modo gli acting affettivi, assertivi e affermativi. La Vegetoterapia Carattero-Analitica è una metodologia corporea iniziata da W.Reich, approfondita e sistematizzata da Ola Raknes e da Federico Navarro (1974). Induce fenomeni neurovegetativi ed emozioni che costituiscono messaggi-espressioni propri del linguaggio del corpo, assolutamente necessari per una lettura degli aspetti personologici.
La verbalizzazione delle sensazioni, delle emozioni e delle associazioni libere prodotte, il coglierne le dinamiche essenziali sistemiche e relazionali rappresentano il momento successivo della metodologia. Il linguaggio del corpo è il messaggio più significativo al quale si fa riferimento in Analisi Reichiana, ma è chiaro che esso si accompagna a tutti gli altri dati del “come” espressivo del paziente nel setting: dai sogni ai lapsus, dai simboli alle metafore, dalla vita fantasmatica alle fantasie liberatorie.
Nella prassi la funzione della Vegetoterapia Carattero-Analitica è quella di indagare il corpo nei suoi significanti psichici ed energetici tramite una serie di esercizi denominati “acting” agiti sui 7 livelli.
Essi sono progressivi e specifici e ripercorrono l’esperienza dello sviluppo psicoaffettivo e della maturazione emozionale del paziente, riproponendo movimenti ontogenetici di fasi evolutive.
Nello specifico del nostro tema, un conto è pensare di dire un “no” agli oggetti della paura, altra cosa è esprimerlo verbalmente. Un conto è pensare di mostrare i denti agli oggetti della paura, altra cosa è esprimerlo etologicamente, scoprendoli realmente.
“È l’Acting che modifica la mia Posizione Relazionale con l’Oggetto, mi dota di un nuovo segno inciso e aumenta il mio ventaglio di schemi relazionali possibili, oltre a cambiare il mio stato di energie”. La Vegetoterapia ci mette in contatto con delle risorse incredibili perchè è un passare all’atto, è permettere un’azione (“ovviamente sto parlando di Vegetoterapia di stadio”) mirata allo specifico ramo dell’albero della paura e al tipo di paura se da castrazione o da separazione.
Tutta questa progettualità va inserita all’interno di un’Analisi del Carattere della Relazione: il quarto mezzo. L’Analisi del Carattere della Relazione definisce il Contenente Relazionale, un assetto altamente specifico della relazione analitico-terapeutica e considera l’architettura della relazione il referente privilegiato. Architettura “che contiene” qualsiasi atto terapeutico, dall’ascolto alla elaborazione transferale di un tratto, dall’interpretazione di un sogno, di un gesto, di una fantasia liberatoria alla proposta di un acting di Vegetoterapia Carattero-Analitica, ma anche la semplice prescrizione di uno psicofarmaco. Il contenente relazionale lo definiamo come l’appropriata “Posizione” e l’appropriato “Come” dell’analista-terapeuta, necessari per lo stabilirsi di un controtransfert di tratto-livello corporeo, funzionale al disturbo e/o allo specifico assetto di tratto-livello corporeo dell’analizzato. (“Esiste oltre ad un linguaggio verbale ed un linguaggio corporeo un linguaggio-meta: il linguaggio dei tratti!”). Collocarsi sulla posizione controtrotrasferale di tratto caratteriale e di livello corporeo corrispondente, utile alla paura di quel ramo, alla paura da separazione o alla paura di castrazione di quel ramo, è portare il torace, il collo, gli occhi e tutto l’armamentario che l’analista ha di fronte alla paura, nella relazione analitico-terapeutica e “controtrasferirli al paziente e alla relazione stessa”.
Quinto mezzo: gli psicofarmaci, anche questi mirati alla dimensione paura da separazione o paura di castrazione, perchè si utilizzano gli antidepressivi per la prima e gli ansiolitici per la seconda. Ci sono delle zone in cui non abbiamo possibilità di arrivare con una posizione analitica, nonostante una posizione di attacco-coraggio, un’Analisi del Carattere, la Vegetoterapia Carattero-Analitica e una posizione controtrasferale corretta.
Allora per “un progetto libertà” e per limitare la sofferenza clinica, ci assumiamo la responsabilità di utilizzare anche gli psicofarmaci, sostanze capaci di andare a silenziare quelle zone troppo rumorose rettilo-limbiche che impediscono la dominanza di un Io più adulto capace di orientarsi verso la libertà.
Sappiamo che essi possono far risalire una persona meccanicamente, senza attraversamento emozionale e presenza egoica, sul torace-collo e occhi. Ma anche questo è spostare la dominanza di una persona su un altro tratto di carattere distante dal tratto fobico, su fasi e livelli corporei più evoluti. Psicofarmaci quindi come alleati provvisori in un progetto funzionale, che prevede la condivisione della persona in chiara alleanza con il progetto e la relazione terapeutica quale fondamento centrale di qualsiasi atto di cura.

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