14 dicembre 2011
di Ila Sassone
Il suono entra a far parte della nostra percezione organolettica fin dalla fase intrauterina, per poi accompagnarci lungo la vita. I suoi poteri sono molteplici e alcuni li sperimentiamo nel quotidiano: a chiunque sarà capitato di associare a un brano musicale una serie di simboli, ricordi e stati d’animo che riemergono immutati nel momento in cui si riascolta lo stesso brano, anche se a distanza di anni, come se fossero rimasti imbrigliati in esso. Altro esempio sono quei jingle o slogan abbinati ad una pubblicità che girava in TV quando eravamo bambini, e che continuiamo ad associare a quel prodotto anche da adulti perché ci sono stati ripetuti ipnoticamente talmente tante volte da rimanere radicati nelle nostre aree di memoria. Il suono, soprattutto nella sua forma di parola, ha quindi un potente potere manipolativo che pubblicitari politici e maestri conoscono alla perfezione.
Il suono costituisce quindi un’arma a doppio taglio e può stimolare molteplici aree del cervello. Può agire a livello del cervello sinistro razionale per poi andare a intaccare il cervello destro creativo condizionando comportamenti e percezioni, come nel caso della manipolazione operata dai media tramite brani commerciali, jingle, slogan ripetuti all’ossesso; oppure può ‘disattivare’ il cervello sinistro e stimolare esclusivamente il destro, procurando inizialmente una sensazione di grande rilassamento, fino a condurre allo stato di trance che si dovrebbe raggiungere con la meditazione e la contemplazione.
Esistono dunque suoni che si prestano a scopi di ‘intrattenimento’ e suoni magici che fin dai tempi più antichi vengono utilizzati per scopi rituali grazie ai loro effetti psicotropi.
I suoni magici sono infatti tradizionalmente usati dagli sciamani per abbandonare il ‘controllo’ sul corpo fisico in modo da raggiungere lo stato di trance che li mette in contatto con la propria coscienza animica, con la Sorgente stessa di ogni cosa, oltrepassando il velo del reame organico.
La magia delle campane Tibetane è particolarmente evidente: chiunque ne ascolti il suono per la prima volta rimane colpito, come se il modo in cui emerge delicatamente ruotando il bastone di camoscio attorno al bordo avesse qualcosa di prodigioso, e in effetti è così; quando l’onda sonora raggiunge la sua pienezza e si distacca il bastone, avvicinando l’orecchio si può sentire chiaramente la ‘voce’ della campana che canta un suono preciso: OM. Io stessa rimasi sorpresa quando mi trovai tra le mani la campana giusta e suonandola mi sembrò di sentire la mia stessa voce cantare il suono primordiale OM.
L’ origine delle campane è tutt’ora incerta, ma un primo ritrovamento ci fa supporre che fossero utilizzate dagli sciamani bonpo più di 2000 anni avanti cristo. Successivamente furono adottate dai monaci buddisti che le riadattarono ai propri rituali fino a raggiungere il mercato occidentale a partire dagli anni ’60.
Al giorno d’oggi si ritrovano due principali classi di campane: le antiche e le moderne. Le campane antiche sono costituite da una lega di 7 metalli (oro, argento, ferro, mercurio, stagno, rame, piombo), ognuno corrispondente a un pianeta e forgiate a partire da una lastra che viene battuta a mano; hanno un aspetto più ‘povero’ ma un suono molto più intenso e profondo delle moderne. Le campane moderne, d’altro canto, hanno un aspetto più accattivante e un suono meno corposo e vibrante; sono spesso decorate e create industrialmente a partire da una lega diversa, in cui sono presenti meno metalli, fino ad arrivare ad uno solo. Entrambe sono suonate con un bastone di legno che ha un’estremità rivestita di camoscio: il batacchio. Possono essere sia percosse dando un suono più immediato, oppure il suono può emergere lentamente e gradualmente facendo scorrere la parte in camoscio del bastone lungo il bordo con un movimento rotatorio, e in questo caso sarà più avvolgente e intenso.
Il suono di ogni campana dipende da molti fattori: la dimensione, lo spessore, la forma, la percentuale dei metalli che compongono la lega e perfino la tipologia di batacchio usato.
L’utilizzo di questi strumenti magici è molto vario e i loro benefici sono dovuti sia al suono, sia alla vibrazione; vengono utilizzati infatti per scopi meditativi e rituali, come per scopi terapeutici. Possiamo ad esempio effettuare una pulizia dell’aura che provoca un’immediata sensazione di benessere. Altrimenti trattiamo direttamente i chakra o una particolare zona problematica per avere degli effetti terapeutici. Nella meditazione si può utilizzare la campana suonandola mentre si canta il suono primordiale OM o qualsiasi mantra: la sua voce si fonderà con la nostra e questo canto potrà essere prolungato fino a raggiungere lo stato di trance.
Un altro utilizzo coinvolge l’elemento maggiormente presente all’interno del nostro organismo: l’acqua. Come ci illustra lo studioso Masaru Emoto, le molecole d’acqua sembrano avere una sorta di memoria: sono cioè in grado di ‘registrare’ le frequenze a cui sono sottoposte. Trattando l’acqua con la campana, si potrà godere degli effetti di purificazione e benessere che provoca.
La campana tibetana agisce dunque sia a livello energetico che a livello fisico. Da un lato la frequenza del suo suono è così pura da interagire con la nostra configurazione energetica, sbloccando i meridiani, purificando l’aura e riequilibrando i chakra, dall’altro va a ‘caricare’ fisicamente l’acqua presente nei nostri tessuti organici imprimendo la vibrazione benefica nella sua memoria.
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