Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
Collegati

Le Upanishad

20 aprile 2009

Le Upanishad sono l’opera suprema del pensiero indiano, e che sia effettivamente così, che l’altissima espressione della personalità del proprio genio la loro sublime capacità poetica, la loro enorme capacità creativa in pensiero e in parola, non siano un capolavoro letterario o poetico della mente ordinaria, ma un ampio flusso di rivelazione spirituale per questo carattere profondo e diretto, è un fatto significativo, prova di una mentalità unica e di non comune inclinazione dello spirito.
Le Upanishad sono nello stesso tempo profonda scrittura religiosa, in quanto testimonianza delle più assolute esperienze spirituali, documenti di una filosofia rivelatrice e intuitiva di luce, potere e ampiezza inesauribili e, sia in prosa che in metrica, poemi spirituali di una assoluta, infallibile ispirazione costante nel linguaggio, straordinaria per ritmo ed espressione.

E’ la manifestazione di una mente nella quale filosofia e religione e poesia sono diventate una cosa sola, perché questa religione non termina in un culto ne è limitata ad un aspirazione di tipo etico-religioso, ma si innalza verso una scoperta infinita di Dio, del Sé, della nostra più alta e totale realtà spirituale e di esseri viventi e descrive un’estasi di luminosa conoscenza e un’estasi di partecipe compiuta esperienza; questa filosofia non è un’astratta speculazione intellettuale intorno alla Verità o una delle strutture dell’intelligenza logica, ma una verità vista, esperita, vissuta, posseduta dalla mente e dall’anima più profonda nella gioia di esprimere una sicura scoperta di possesso, e questa poesia è opera di una concezione estetica innalzata oltre l’ambito ordinario per esprimere la meraviglia e la bellezza della più rara autocoscienza spirituale e della più profonda, ispirata Verità del Sé e di Dio e dell’Universo.
Qui lo spirito intuitivo e l’intima esperienza psicologica dei veggenti vedici perviene ad un culmine supremo in cui lo Spirito, come è detto in un passaggio della Katha Upanishad, svela la sua più vera essenza, rivela la parola esatta della sua auto espressione e apre alla mente la vibrazione dei ritmi che, ripetuti all’ascolto spirituale sembrano sostanziare l’anima e porla, ricolma e compiuta, sulle sommità dell’ autoconoscenza.
Le Upanishad sono state la sorgente riconosciuta di varie e profonde filosofie e religioni che da esse sono poi scorse in India come i suoi grandi fiumi dalla culla himalayana rendendo fertili la mente e la vita degli uomini e hanno mantenuto viva la sua anima lungo il grande procedere dei secoli ritornando costantemente ad esse per la rivelazione, mai mancando di dare nuova illuminazione, fontana di inesauribili acque di vita.
Il Buddismo con tutti i suoi sviluppi fu solo una riaffermazione, sebbene da un nuovo punto di vista e con nuovi termini di definizione di ragionamento intellettuale, di un aspetto di questa esperienza e la portò così modificata nella forma, ma appena nella sostanza, attraverso tutta l’Asia e a Occidente verso l’Europa.
Le idee contenute nelle Upanishad possono essere ritrovate in molto nel pensiero di Pitagora e Platone e costituiscono la parte più profonda del Neo-Platonismo e dello Gnosticismo con tutte le loro importanti conseguenze sul pensiero filosofico occidentale, e il Sufismo le ripete in un altro linguaggio religioso.
La parte più consistente della metafisica tedesca è in sostanza poco più che uno sviluppo intellettuale e di grandi realtà meglio spiritualmente comprese da questo antico sapere, e il pensiero moderno le sta rapidamente assorbendo con una ricettività sempre più essenziale, viva ed intensa che promette una rivoluzione tanto nel pensiero, quanto in quello religioso; ora esse filtrano grazie a varie influenze indirette, ora si esprimono in modi aperti e diretti.
Quasi non esiste una grande idea filosofica che non possa trovare forza o una nuova origine o indicazioni in queste antiche scritture, le speculazioni, secondo un certo punto di vista, di pensatori che non avevano migliore passato o migliore base culturale al loro pensiero di una rozza primitiva, naturalistica ed animistica ignoranza.
E persino le più ampie generalizzazioni della scienza si ritrovano costantemente applicabili alla verità delle formule della natura fisica già scoperta dai saggi indiani nel loro originale, nel loro più vasto significato, nella più profonda verità dello spirito.

 

E tuttavia queste opere non sono speculazioni filosofiche di genere intellettuale, analisi di tipo metafisico che cercano di definire nozioni, di selezionare idee e di distinguere quante tra di loro sono vere, di logificare la verità o aiutare altrimenti la mente nelle sue inclinazioni intellettuali per mezzo del ragionamento dialettico e nel suo concetto di proporre una soluzione definitiva dell’esistenza nella luce di questa o di quella idea della ragione e di osservare tutte le cose da quel solo punto di vista, in quel fuoco e in quella determinata prospettiva.
Le Upanishad non avrebbero potuto avere una vitalità così perenne, esercitare una influenza così sicura, produrre tali risultati o vedere oggi le loro asserzioni autonomamente confermate in altri ambiti di ricerca e attraverso metodi completamente diversi, se fossero state opere del genere.
E’ perché questi veggenti videro la Verità piuttosto che semplicemente pensarla, la rivestirono anzi di una forte sostanza di intuizione e di immagine rivelatrice, ma una sostanza di trasparenza ideale attraverso la quale noi guardiamo verso l’illimitato, e perché esse compresero in profondità le cose nella luce del Sé e le videro con la visione dell’infinito, che le loro parole rimangono sempre vive e immortali, di un significato inesauribile, di una immancabile autenticità, un fine convincente che è nello stesso tempo infinito inizio della Verità, alle quali tutte le nostre ricerche quando terminano di nuovo approdano e alle quali l’umanità costantemente ritorna nelle sue menti e nelle sue epoche di più profonda visione.

Pagine di questo articolo: 1 2 3

Commenti Disabilitati