Psicologia Olistica

Dott. Roberto Maria Sassone
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Conferenza di Ananda Giriji (17 maggio 2009)

4 settembre 2009

Questo è il testo in sintesi della conferenza che Anandagiriji, ambasciatore della Oneness University, ha tenuto in occasione dell’Open Day svoltosi all’Ata Hotel Expo Fiera di Pero- Milano domenica 17 maggio 2009

 

Questa conferenza, dal titolo “Risvegliarsi all’unità”, ha per scopo di invitare a “innamorarsi della vita”: e credo che gli italiani siano in grado di capirlo perfettamente.

Quanto a noi, in India, non possiamo separare la religione dalla nostra vita quotidiana, la spiritualità dalla vita materiale. Non facciamo distinzioni. Ogni cosa è celebrazione della vita, e la spiritualità è celebrare la vita.

Dio, il divino - in qualsiasi forma ci piaccia percepirlo o crederci - o chiunque abbia progettato questo mondo, Natura o Universo che sia, ci ha dato enormi capacità e abilità, non solo per progredire nel mondo materiale, ma anche per  stare bene, divertirci, godercela. Possiamo avere un sacco di cose bellissime nella vita: agi, comodità e le capacità di avere una vita sempre migliore, ma anche la consapevolezza per goderne appieno. Perché godere di quello che abbiamo rende la vita completa.

 

E questo l’ho imparato fin da bambino, andando a scuola. La scuola di Jeevashram era molto speciale: una scuola che aveva una visione ben chiara, contribuire a creare dei buoni cittadini del mondo. Ma come?

Quando vi arrivai la prima volta - era il 1987, avevo undici anni - non ero molto contento, perché si trovava a 300 chilometri da casa, lontano dalla mia famiglia e dai miei amici. Ma se oggi sono qui con voi è grazie a quella scuola e ai suoi fondatori, Amma e Bhagavan. Non ero contento, tuttavia era una decisione di mio padre e la rispettavo. Con lui dunque andai all’incontro richiesto dal direttore della scuola per l’ammissione degli studenti. Non potevo intromettermi nel colloquio ma fui autorizzato a presenziarvi e cercai di capire di cosa si trattava.

All’epoca gli indiani erano appassionati di due sole cose: l’ingegneria informatica, con la prospettiva di andare in America a lavorare, e il cricket, il nostro sport più popolare. Mio padre disse al direttore della scuola che voleva che diventassi ingegnere informatico. Non solo. “Voglio che mio figlio diventi un uomo di successo” aggiunse. Io intanto mi chiedevo che cosa volesse dire: in quegli anni noi ragazzi non sapevamo nulla di queste cose, internet non c’era, e per noi l’unica cosa che contava era divertirci.

La risposta del direttore fu alquanto singolare: “Lei è preparato ad accettare che suo figlio fallisca nella vita? Solo se lo è, possiamo accettarlo in questa scuola.”

Che cosa voleva dire?

In realtà, tutti abbiamo una passione per qualcosa, e questa passione dipende da come siamo fatti, dalla struttura del nostro cervello. Qualcuno ha la passione di diventare un artista, o un medico, o un ingegnere, o un attore… Se siamo programmati per diventare quella tal cosa, se abbiamo quella passione, possiamo non solo diventarlo ma eccellere. Per eccellere in quello che facciamo, contano infatti due cose: dobbiamo amarlo ed esserci portati. Se invece ci sforziamo di fare una cosa, non potremo mai eccellere. E lotteremo per dare un senso alla nostra vita, non ne godremo.

“Per noi suo figlio è molto importante. E dobbiamo aiutarlo a trovare la sua passione nella vita e a perseguirla” continuò il direttore della scuola. “In tal modo potrà contribuire con qualcosa di originale alla nostra società e diventare un buon cittadino del mondo.”

Io capii poco, ma sentii che la cosa mi piaceva. Sentii di essere tenuto in gran conto, di essere valorizzato. Per un momento temetti che mio padre non volesse lasciarmi lì. Invece mi prese per mano e disse: “Signore, le affido mio figlio.”

Mi sono sentito sollevato: ed è stato un momento cruciale della mia vita. Per la prima volta ho sperimentato che qualcuno - un estraneo, uno che non era né mio padre né mia madre, né un fratello, né un amico - si occupava di me. Così sono entrato a Jeevashram in settima classe (che corrisponde alla seconda media italiana) e ci sono poi rimasto sempre.

Quando ci sentiamo importanti, valutati e riconosciuti, è sempre un momento speciale. E quella era una scuola che si prendeva cura, che credeva profondamente nel fatto che ci sono due aspetti della vita che vanno perseguiti: il risultato e la soddisfazione o appagamento. Mentre la scuola in genere tende a focalizzarsi solo sul risultato, Jeevashram era focalizzata sullo studente in quanto tale, sulla persona.

 

Quindi è importante, nella vita, non solo raggiungere degli obiettivi, ottenere dei risultati, ma anche star bene e divertirsi: godersela. 

Raggiungere gli obiettivi vuol dire diventare qualcuno. E infatti abbiamo tutti bisogno di essere speciali, per noi è importante avere un senso in tutto quello che facciamo. Chi ha posto in noi questo desiderio? Chiunque sia stato - Natura, Dio - dobbiamo onorare questo bisogno. Ma non è tutto. Possiamo anche ottenere il massimo risultato, possiamo addirittura essere il primo uomo a porre piede sulla Luna, come Neil Armstrong. È una cosa che dà piacere, ovviamente. Ma poi ci si chiede: “E poi?”

L’appagamento è l’abilità di connettersi con la gente intorno a noi, la capacità di provare gioia, ed è una cosa che dà anche una grande forza.

 

Sri Bhagavan dice: “la vita è relazione”. Vuol dire che è la relazione che dà senso alla nostra esistenza. Relazione vuol dire essere capaci di connettersi con gli altri, senza paura né colpa, senza cariche emozionali e pesi del passato, senza sentirsi feriti o delusi.

Le cariche emozionali sono le impressioni che ci derivano dal passato e che ci portiamo dentro. Partono dal primo momento in cui veniamo concepiti da nostro padre e nostra madre, dalle loro idee dai loro desideri, e da tutte le esperienze avute mentre eravamo nella pancia della mamma. Tutto quello che i nostri genitori hanno sperimentato, lo abbiamo sperimentato anche noi. E da quel momento in poi abbiamo migliaia e migliaia di “impressioni” - piacevoli o spiacevoli - che costituiscono le “cariche” del passato. Che si accumulano nel tempo e ci definiscono, determinando ciò che ci piace o no, le nostre percezioni della vita, le nostre idee, le nostre convinzioni sulla religione, sulla felicità, sul successo, come ci connettiamo con le persone e così via. È la nostra storia.

Quando ci relazioniamo con gli altri in libertà, allora siamo liberi; noi siamo così come siamo, loro sono come sono: è un’esperienza straordinaria. Allora è molto appagante.

Se non lo facciamo in questo modo, in libertà, proviamo un senso di mancanza.

 

I nostri momenti più belli e più felici non ci costano nulla. Sono momenti di connessione, di condivisione. Possono essere con chiunque: il partner, un figlio, un amico, un collega, persino un estraneo. Proviamo soddisfazione, appagamento, contentezza. È una felicità che viene dalla capacità di connettersi. La spiritualità è la crescita di questa capacità.

La nostra vera crisi riguarda la mancanza di connessione fra noi tutti: ci dà un senso di solitudine, di mancanza di scopo, di pesantezza, di conflitto interiore. Mentre l’appagamento sorge dal senso di continua crescita.

La razza umana è stata progettata per il progresso, per apprendere, e il progresso tecnologico al quale assistiamo è straordinario per permetterci di crescere. Basti pensare a mezzi di trasporto come gli aerei, che riportano da un posto all’altro in poche ore, o a internet, con cui possiamo comunicare on tutto il mondo e sperimentare emozioni di ogni genere. Internet ha creato un vero “cittadino del mondo”. Certo, c’è anche il lato negativo, ma è un mondo straordinario.

 

Noi siamo spinti dalla passione di creare, siamo ossessionati dal progredire. Ma non può esserci progresso solo a livello del mondo esterno; dev’essere anche dentro di noi: nella spiritualità, nella felicità, nell’amore.

Quando smettiamo di progredire ci sentiamo vuoti, scontenti, soli, annoiati. Se smettiamo di crescere non restiamo dove siamo, ma andiamo indietro. Se non si va avanti, si va indietro, non c’è altra possibilità. Nelle relazioni non si sta fermi. Quando impariamo a connetterci impariamo a lavorare per creare un mondo migliore.

Quindi il risultato e l’appagamento sono ugualmente importanti: solo se ci sono entrambi, insieme, c’è armonia nella nostra vita. La scuola di Jeevashram con la sua visione è diventata la Oneness University, con la sua visione di portare sia al risultato che all’appagamento.

A volte relazionandoci con gli altri facciamo tante cose carine, piene di compassione. E ci sforziamo di essere in connessione, ci sforziamo davvero. Ma manca qualcosa. Quello che non sappiamo fare a noi stessi, non possiamo farlo agli altri. Se non ci amiamo, se non ci accettiamo per come siamo, è difficile, anzi impossibile, farlo agli altri. Se non siamo a nostro agio con noi stessi, non lo siamo con gli altri. Se giudichiamo noi stessi, giudichiamo gli altri.

Ogni relazione comincia con l’abbracciare se stessi. Se manca la connessione con l’altro, è perché manca a noi, c’è qualcosa in noi che non abbracciamo.

 

Tutti nella vita hanno l’esperienza di momenti di grazia o benedizione. Qualcuno li chiama colpi di fortuna, coincidenze, casi della vita. Tutti siamo toccati da qualche intelligenza, da qualche forza, dal divino - chiamiamolo come vogliamo - e possiamo immaginare di avere Dio, in qualsiasi forma vogliamo immaginarlo, davanti a noi.

Che cosa gli chiederemmo?

1) Dio, voglio che i miei peccati siano perdonati; 2) Dio, distruggi il mio ego, perché sono cattivo; 3) Dio, lotto tanto contro di me, mi odio tanto, perciò aiutami ad amarmi e ad abbracciare me stesso, a cantare una canzone sul mio ego.

La risposta giusta è la terza.

Infatti la paura, l’infelicità, lo sconforto che proviamo in certi momenti sono dovuti all’incapacità di accettarci per come siamo. Resistiamo, lottiamo. Tutti abbiamo questi conflitti e sperimentiamo queste guerre dentro di noi. È il conflitto tra il nostro stato attuale e il nostro stato ideale. In tutti c’è questo conflitto, anche dentro di me. L’unica differenza - se c’è una differenza - è che quando ho questo conflitto, e per esempio sono in un momento di egocentrismo, non chiedo di eliminarlo. Anzi, chiedo: “Dio, sono egocentrico, aiutami ad accettare che lo sono.” E Dio mi risponde: “Buona cosa che tu sappia di esserlo!”. Se chiediamo a Dio di aiutarci a non odiarci, riceveremo quello che abbiamo chiesto.

 

Abbiamo parlato di celebrare la vita, di amare la vita. Perché non ci riusciamo?

Perché la nostra mente commenta sempre i nostri pensieri, le nostre emozioni, le parole dette. Ed è sempre giudicante. Tutti i nostri processi vengono interpretati ed etichettati. Ma perché tutti questi commenti? Perché tutti noi abbiamo in testa un’immagine dell’essere ideale. Da millenni è un programma della mente umana avere un’idea della persona ideale, giusta, perfetta. La mente è condizionata in questo modo, dobbiamo essere così.

E chi è questa persona ideale? È quella che non deve esser mai arrabbiata, mai gelosa, mai egocentrica, che deve essere piena di compassione, sempre gentile…

Io sono consapevole di avere un ego e lo accetto, così tutte le volte che c’è in me la brama di quell’ideale e mi chiedo cosa posso fare per diventarlo, la sfida è di accettare di essere come sono. Se riusciamo a farlo, la magia accade. Proviamo a cantare una canzone all’ego… Io l’ho fatto quando avevo quindici anni ed è stato il mio primo passo verso la libertà.

 

Se lo facciamo davvero, se ci abbracciamo così come siamo, la magia accade. Possiamo provare una calma e una pace mai provata prima. La gioia di essere noi stessi. Altrimenti c’è solo paura. Non importa quello che siamo: quando vediamo come siamo, allora abbiamo l’esperienza di Dio, della trascendenza, del Sé superiore o come lo vogliamo chiamare.

Il viaggio inizia con la consapevolezza di quello che siamo, non con l’ossessione per come dovremmo essere. Krishnaji, il figlio di Bhagavan, mio compagno di scuola e amico d’infanzia, è sempre stato così, è sempre stato totalmente se stesso.

Perché quello che non possiamo fare a noi non possiamo farlo agli altri. Se vogliamo una relazione con gli altri, la dobbiamo avere con noi stessi. Amare se stessi non è arroganza. Una persona felice non può dare problemi al mondo, mentre una infelice crea insicurezza. Una persona felice è pronta ad aiutare gli altri. Ed è libera.

 

A volte sembra che tutti abbiano una missione importantissima nella vita: cambiare gli altri. In genere infatti tendiamo a giudicare e a incolpare l’altro o gli altri: una persona, un fatto, un sistema, una situazione. Questo perché siamo stati condizionati a pensare che l’altro, gli altri, il mondo esterno siano responsabili dei nostri problemi e quindi vogliamo cambiarli. Quando abbracciamo noi stessi smettiamo di voler cambiare perché realizziamo che la sofferenza non sta nei fatti esterni ma nella nostra percezione dei fatti, nella interpretazione che diamo alle situazioni, nell’immagine degli altri che abbiamo. E ovviamente nessuno riesce a cambiare l’altro, proprio perché tutti cerchiamo di farlo.

 

Vi racconterò una storia.

Nel 1996 Bhagavan mi aveva chiesto di viaggiare per condividere la visione della Oneness, soprattutto in Nord e Sud America. L’ho fatto per tre anni, poi nel 1999 mi ha chiesto di coordinare il “Progetto dei 100 villaggi”, in cui sono stato coinvolto per sei anni. Il progetto riguardava un’area dell’India meridionale, nella regione di Chennai, dove ha sede anche la Oneness University, popolata da circa novantamila persone. Io ho cominciato a pianificare scuole, assistenza medica, opportunità di lavoro, case. Ma un giorno Bhagavan mi ha detto: “La felicità delle persone è il vero indice del loro sviluppo.” Quindi ho riorientato la mia visione e mi sono interrogato su come rendere felici queste persone. Per esperire la felicità è importante crescere nelle relazioni, nell’abilità di connettersi con gli altri. Perciò ho lavorato su questo. E adesso ci sono molti progetti così in India, e ne stanno partendo anche in Africa.

In quegli anni ho lavorato per circa sei-otto mesi vivendo in quei villaggi, con quelle persone. Ho mangiato con loro, meditato con loro, giocato con loro, pulito strade con loro… è stato un periodo molto importante per me.

L’ultimo martedì di ogni mese ci riunivamo e facevamo gare di indovinelli. Agli indiani piacciono molto (avete visto il film The Millionaire?). Erano domande su quello che avevano imparato e sulla loro vita. E giocavamo in due squadre a chi faceva più punti. Un giorno una ragazzina di undici anni, Durga, pose all’altro gruppo questa domanda: “Che cosa provoca la sofferenza, che cosa ci fa star davvero male?” E arrivarono varie risposte: “La sofferenza sorge quando ti fanno del male, quando ti tradiscono, quando ti disprezzano, ecc.”

Ma Durga disse di no, che la risposta era un’altra. E rievocò tre episodi che mi coinvolgevano direttamente, chiedendomi se me li ricordavo: tre settimane prima una mattina l’avevo sgridata perché non studiava; due settimane prima lei mi aveva salutata e non le avevo risposto; la settimana prima l’avevo scelta come volontaria per fare una certa cosa. Tutti sarebbero stati onorati di essere scelti, ma lei aveva pensato, anche alla luce dei due episodi precedenti, che io volessi “prenderla in castagna” e ci era rimasta malissimo. In realtà l’invito a studiare era giusto e lo aveva capito; poi quando non l’avevo salutata era solo, ovviamente, perché non l’avevo vista… e quindi poi era arrivata alla conclusione che la sua sofferenza era strettamente legata alla sua interpretazione delle mie parole. Insomma, aveva capito da sé che la sofferenza non sta nei fatti, ma nella nostra percezione dei fatti.

Ai giovani va insegnato come vivere la vita, come fare i conti con le paure, con le sofferenze. Scuola e genitori hanno il ruolo e la responsabilità di far sì che i giovani diventino cittadini del mondo, non solo di successo, ma felici. 

Un Commento a “Conferenza di Ananda Giriji (17 maggio 2009)”

  1. Elia Tamburella

    http://www.youtube.com/watch?v=4d-FFeu3xhQ

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